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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Europa al bivio nell’età della prepotenza: il potere cambia regole

Marta Dassù e Edoardo Campanella descrivono un mondo frammentato, dove tecnologia, debito e interessi nazionali ridisegnano gli equilibri globali.

«L’Europa esiste eccome»: Michele Valensise ha respinto l’idea di un continente condannato alla marginalità, indicando nell’integrazione una possibile risposta alla competizione tra grandi potenze. Il tema è emerso durante la presentazione del volume *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, scritto da Marta Dassù ed Edoardo Campanella e discusso al Centro Studi Americani di Roma.

Nel confronto, l’ex presidente dello Iai ha invitato a non trasformare le fragilità dell’Unione in una lamentazione permanente. A suo giudizio, il progetto europeo appartiene a una diversa concezione del potere rispetto a quella incarnata da Stati Uniti, Cina e Russia: per restare rilevante, però, dovrà rafforzare la dimensione comune invece di affidarsi soltanto alle iniziative dei singoli Paesi.


Il debito mette alla prova le potenze

Un altro elemento decisivo riguarda la sostenibilità economica della competizione globale. Lorenzo Bini Smaghi, già esponente della Bce, ha sottolineato che ogni ambizione imperiale richiede risorse sempre maggiori per essere mantenuta e che la rivalità tra Washington e Pechino rende questo conto ancora più pesante.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto per lungo tempo consumi e crescita importando più di quanto esportassero e ricorrendo a finanziamenti esterni. La Cina, al contrario, deve difendere il proprio ruolo nelle catene produttive mondiali mantenendo elevati produzione ed export, anche a costo di contenere la domanda interna. «Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha sintetizzato Bini Smaghi, descrivendo una sfida che per entrambi assomiglia sempre più a una gara sostenuta dal debito.


Il vantaggio europeo resta inutilizzato

Secondo l’economista, proprio il peso del mercato e del risparmio dell’Unione offre a Bruxelles una leva potenziale. Quelle risorse sono importanti sia per gli Stati Uniti sia per la Cina, ma l’Europa deve ancora convertirle in una concreta capacità strategica.

La proposta passa dalla nascita di grandi soggetti continentali, capaci di affiancare l’intervento pubblico con capitali privati destinati alle imprese europee. Bini Smaghi ha richiamato il caso di Airbus come modello da replicare in comparti quali tecnologia, farmaceutica e finanza, sostenendo che l’integrazione «si fa anche dal basso, non solo dall’alto».


Dalla globalizzazione al non ordine

La cornice teorica del libro parte dalla crisi della globalizzazione fondata sull’idea di mercati uniformi e interdipendenti. Stati Uniti e Cina stanno impiegando strumenti economici, commerciali e industriali per rafforzare la propria posizione, mentre la rivalità si concentra sempre più sulla tecnologia.

Marta Dassù sostiene tuttavia che l’esito non sarà necessariamente la spartizione del pianeta tra nuovi imperi. Lo scenario più probabile, nella sua analisi, è una lunga fase priva di un assetto condiviso: il potere si distribuirà tra Stati, potenze regionali e grandi aziende tecnologiche, mentre le regole comuni perderanno progressivamente autorità.

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Regole fragili e alleanze mobili

Per descrivere questa trasformazione, Dassù distingue il semplice disordine da una situazione più profonda, nella quale viene contestata l’utilità stessa di un sistema internazionale basato su norme condivise. Il riferimento è alla definizione di Henry Kissinger, secondo cui un ordine stabile richiede sia un equilibrio tra le forze sia standard accettati, almeno in parte, dai principali attori.

Giampiero Massolo ha osservato che oggi entrambi questi pilastri risultano indeboliti. La forza non coincide più con la capacità di ottenere ogni risultato: anche gli Stati più potenti devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e soggetti in grado di rallentare o rendere più costose le loro iniziative.

Il confine tra centro e periferia diventa così meno netto. Le potenze medie cercano spesso di collaborare con interlocutori diversi, modificando il proprio posizionamento secondo il dossier in discussione. Al posto di schieramenti immutabili prendono forma intese temporanee, mentre cresce il ricorso alla pressione reciproca.


L’Europa deve aggiungere forza alle regole

In questa geografia l’Unione occupa una posizione particolare. Non è un impero e ha fondato parte della propria influenza sulla capacità di stabilire norme, ma Dassù avverte che la sola produzione legislativa non è più sufficiente.

Le regole europee, secondo l’autrice, dovrebbero diventare più efficaci e accompagnarsi a strumenti strategici capaci di valorizzare le risorse già disponibili. L’obiettivo è consentire all’Unione di partecipare alle decisioni internazionali, non limitandosi a subirne gli effetti.

La discussione romana, moderata da Alessandra Sardoni, ha riunito anche Carolina De Stefano e Michele Valensise. Al centro del confronto è rimasta la trasformazione della cosiddetta pax americana: gli Stati Uniti non sono più percepiti come garanti esclusivi dell’ordine mondiale e l’interdipendenza economica non appare più, da sola, sufficiente a ridurre le tensioni tra gli Stati.

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