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Attualità 4 min di lettura3 ore fa

Europa al bivio: come contare nell’era della forza

Il confronto sul nuovo libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrive un mondo frammentato, dove tecnologia, debito e potere privato ridisegnano gli equilibri globali.

«L’Europa esiste eccome»: Michele Valensise ha respinto così l’idea di un continente condannato all’irrilevanza, invitando a non trasformare le sue fragilità in una lamentela permanente. Per il presidente dell’Iai, la risposta passa dal rafforzamento dell’integrazione e dalla capacità di non affidarsi soltanto alle politiche nazionali.

La questione è emersa durante la presentazione, al Centro Studi Americani di Roma, di *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, volume scritto da Marta Dassù con Edoardo Campanella per Mondadori. Il confronto, moderato da Alessandra Sardoni, ha riunito anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi e Carolina De Stefano.


L’Europa può trasformare il peso in forza

Secondo Bini Smaghi, l’Unione dispone di risorse che le grandi potenze non possono ignorare: un mercato ampio e una notevole capacità di risparmio. Stati Uniti e Cina hanno entrambe interesse a mantenere l’accesso a questi strumenti, ma il vantaggio potenziale rischia di restare inutilizzato se non viene convertito in iniziativa politica ed economica.

L’economista ha indicato nella nascita di grandi operatori continentali una possibile via d’uscita. Non basterebbero gli interventi pubblici: servirebbe anche capitale privato europeo capace di sostenere imprese attive nei comparti decisivi. Il modello evocato è Airbus, da replicare nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e in altri settori strategici. «L’Europa si fa anche dal basso, non solo dall’alto», ha sostenuto Bini Smaghi.

La capacità di produrre norme, da sola, non garantisce comunque un ruolo nel nuovo scenario. Dassù ritiene che le regole europee debbano diventare più efficaci e che Bruxelles debba affiancare alla propria influenza normativa strumenti strategici concreti, così da utilizzare meglio le risorse già disponibili.


Washington e Pechino giocano a debito

L’analisi economica parte dai costi crescenti della competizione imperiale. Gli Stati Uniti hanno finanziato per anni una parte della propria economia acquistando dall’estero più di quanto vendessero, mentre la rivalità con la Cina ha accresciuto il fabbisogno finanziario di Washington. Pechino, al contrario, deve continuare a sostenere produzione ed esportazioni e contenere in parte i consumi interni per difendere la propria posizione nelle catene del valore.

«Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha riassunto Bini Smaghi, descrivendo lo scontro come una gara sostenuta dal debito. Per la sua lettura, entrambe devono fare i conti con la difficoltà di mantenere a lungo il costo della propria proiezione di potenza.

Anche la tradizionale centralità americana viene messa in discussione. Sardoni ha indicato nella conclusione della cosiddetta egemonia statunitense e nell’indebolimento dell’interdipendenza economica due passaggi decisivi per comprendere la fase attuale: non è più scontato che Washington garantisca l’ordine internazionale, né che i legami commerciali riducano automaticamente i conflitti.

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Un mondo senza regole condivise

La tesi centrale del libro non prevede la semplice sostituzione dell’egemonia americana con un nuovo duopolio imperiale. Dassù parla piuttosto di una lunga fase caratterizzata dall’assenza di un ordine stabile, nella quale il consenso sulle regole internazionali si indebolisce e il potere si distribuisce tra Stati, potenze intermedie e grandi imprese tecnologiche.

La trasformazione è già visibile nei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Le rispettive leve economiche vengono impiegate come strumenti di pressione e il terreno principale della rivalità è diventato quello tecnologico. Dassù ha spiegato che tendenze già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate, sostituendo l’idea di mercati uniformi con una competizione più aspra e selettiva.

Massolo ha distinto questa situazione dal semplice disordine. In quest’ultimo caso, le regole continuano a essere riconosciute anche quando vengono violate; oggi, invece, è lo stesso principio dell’esistenza di regole comuni a essere contestato. La forza resta centrale, ma non assicura da sola il raggiungimento degli obiettivi.

Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia dispongono di mezzi superiori rispetto alla maggior parte degli altri attori, ma devono confrontarsi con dipendenze, asimmetrie e capacità di blocco che limitano l’efficacia delle loro iniziative. Anche soggetti meno potenti possono rallentare o rendere più onerose le strategie delle grandi potenze, mentre queste ultime cercano di evitare uno scontro diretto capace di trasformare le crisi in conflitti globali.


Alleanze meno rigide, interessi più mobili

In questo quadro aumentano le pressioni reciproche e cambiano rapidamente le convergenze. Le potenze intermedie tendono a non legarsi in modo definitivo a un solo schieramento: collaborano con interlocutori diversi in base ai temi e agli interessi del momento.

Ne deriva un sistema nel quale le alleanze permanenti cedono spazio ad accordi temporanei e combinazioni variabili. Il potere, inoltre, non è più concentrato esclusivamente nelle capitali: grandi piattaforme tecnologiche e altri soggetti privati hanno acquisito un peso crescente nella definizione degli equilibri internazionali.

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