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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Eredità digitale, cosa succede ad account, avatar e ricordi dopo la morte

Testamenti, profili social e intelligenza artificiale aprono interrogativi ancora senza risposte definitive: a Roma nasce un centro di ricerca dedicato al patrimonio digitale.

Chi vuole lasciare istruzioni sui propri account non dispone oggi, in Italia, di un archivio unico dove raccogliere le proprie volontà. La soluzione più solida resta il testamento, eventualmente affiancato dall’indicazione di una persona incaricata di gestire email, profili e dati dopo la morte.

Anche le piattaforme offrono alcune funzioni specifiche. Meta consente di designare un contatto erede, mentre Google permette di stabilire che cosa fare dell’account e di alcuni contenuti. Il problema, però, riguarda soprattutto chi muore senza aver lasciato indicazioni: servono regole automatiche che stabiliscano accessi, limiti e destinazione delle informazioni.


Le istruzioni mancano, le regole servono

La professoressa Valeria Confortini, ordinaria di diritto privato all’Università Pegaso e direttrice del nuovo centro di ricerca sull’eredità digitale, sottolinea che la successione testamentaria è ancora poco diffusa. Per questo, secondo la docente, la normativa dovrebbe funzionare anche quando la persona non ha espresso alcuna preferenza.

La stessa trasformazione riguarda i contenuti acquistati online. Musica, film e libri non vengono più necessariamente posseduti, ma spesso fruiti attraverso abbonamenti: “Stiamo passando dalla proprietà all'accesso”, osserva Confortini. Un contratto può cessare con la morte dell’intestatario, facendo svanire per i familiari non soltanto il valore economico, ma anche una parte della memoria personale; almeno la conservazione di elementi come le playlist potrebbe però essere oggetto di tutela.


Avatar e identità oltre la vita

La questione non si limita al recupero di fotografie conservate in rete o alla chiusura di un profilo. I dati accumulati negli anni possono essere impiegati dall’intelligenza artificiale per ricostruire aspetto, voce, gusti e modalità comunicative di una persona scomparsa, fino a creare un avatar capace di dialogare con i familiari.

Un caso emerso nel 2025 in Arizona mostra quanto il confine sia già concreto. I parenti di Christopher Pelkey, ucciso durante una lite stradale, hanno presentato davanti al giudice un intervento realizzato con volto e voce ricreati artificialmente. Le parole non erano state pronunciate dall’uomo: la sorella le aveva composte immaginando il messaggio che avrebbe potuto rivolgere al responsabile della sua morte. In Cina, invece, la ricostruzione digitale dei defunti si è sviluppata soprattutto come attività commerciale, attraverso l’elaborazione di fotografie, registrazioni e altri dati personali.


Il conflitto tra volontà e patrimonio

Una persona può scegliere in vita di creare un avatar e ordinare che venga eliminato dopo la propria morte, ma il quadro giuridico non chiarisce ancora ogni conseguenza. Se quella riproduzione producesse ricavi rilevanti, gli eredi potrebbero volerla mantenere attiva: resterebbe così da stabilire se debba prevalere la decisione dell’interessato o l’interesse economico dei successori.

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Le regole esistenti sono frammentarie e molti rapporti dipendono dalle condizioni stabilite dai gestori dei servizi digitali, spesso soggetti a ordinamenti stranieri. In Italia, alcune persone possono esercitare determinati diritti sui dati di chi è morto, ma rimangono aperti i nodi relativi alla privacy, alla durata degli avatar e all’identità della persona incaricata di amministrarli.


Un centro per affrontare il vuoto normativo

Per affrontare problemi che il solo diritto non riesce ancora a risolvere, l’Università Pegaso ha creato il Jean Monnet Centre of Excellence on EU Digital Legacy. Il convegno inaugurale si svolge a Roma il 30 settembre e il primo ottobre, nella sede di Piazza Santi Apostoli 49, con possibilità di partecipare anche a distanza; la seconda giornata comprende una lezione pubblica di Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale.

Il rettore Pierpaolo Limone aprirà i lavori, ai quali prenderanno parte giuristi, filosofi, economisti, sociologi e specialisti delle tecnologie dell’informazione. Tra gli studiosi coinvolti figurano Vincenzo Zeno-Zencovich e Anna Chimenti, insieme a docenti provenienti da Atene, Lille, Kyiv, Maastricht, Oxford, Madrid, Londra ed Edinburgo.

Tra i temi di ricerca c’è anche la possibilità di affidare ai software una prima selezione delle conversazioni di una persona scomparsa. Un sistema potrebbe separare i materiali confidenziali da quelli condivisibili, ma spetterebbe al giurista definire chi può accedere ai dati e secondo quali condizioni; agli esperti informatici toccherebbe tradurre quei criteri in strumenti tecnologici.

Negli Stati Uniti il dibattito è iniziato prima, con casi risalenti a oltre dieci anni fa. La Uniform Law Commission ha elaborato una disciplina adottata in gran parte degli Stati, distinguendo tra contenuto delle comunicazioni e metadati: sapere che un messaggio è stato inviato, quando e con quale oggetto non equivale a leggerne il testo.

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