1.063notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura19 min fa

Energia, la sfida dell’Europa: meno gas senza dipendere dalla Cina

Letizia Magaldi indica la strada per proteggere industria e sicurezza energetica: investimenti sul calore rinnovabile e nuove regole per valorizzare le filiere europee.

La transizione energetica non può limitarsi a sostituire il gas con tecnologie importate a basso costo. Secondo Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club e imprenditrice del comparto energetico, l’Europa deve ridurre la propria esposizione alle fonti fossili senza consegnarsi a una nuova dipendenza industriale dalla Cina. Per farlo servono investimenti, una strategia comune e criteri di concorrenza che considerino anche occupazione, competenze e sicurezza delle filiere.

Magaldi ritiene che il continente disponga ancora delle conoscenze necessarie per competere, ma avverte che le regole devono essere aggiornate. «Non possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa», ha spiegato, chiedendo una politica industriale capace di sostenere la produzione europea senza frenare il percorso di decarbonizzazione.

Offerta del giorno19 ottobre

Rowenta

-20% sulle aspirapolveri da Rowenta

Scade tra 73 giorni
********


Il gas pesa soprattutto sull’industria

La questione non riguarda soltanto la produzione di elettricità. Nel mondo, osserva Magaldi, circa il 70% dell’energia consumata dall’industria serve a generare calore, mentre il restante 30% viene impiegato per l’elettricità. Una parte consistente di quel calore è ancora ottenuta attraverso il metano.

Carta, industria alimentare, farmaceutica e chimica utilizzano il calore per attività come l’essiccazione, la pastorizzazione e la trasformazione dei materiali. Di conseguenza, quando il gas aumenta, a salire non è solo la bolletta energetica: crescono direttamente anche i costi di produzione. Fotovoltaico, pompe di calore, caldaie elettriche e sistemi di accumulo termico possono però sostituire una quota significativa dei consumi attuali, riducendo l’esposizione agli shock internazionali.


Fer-T, risorse molto ridimensionate

Per accelerare questo passaggio, la presidente di Kyoto Club indica come prioritario il decreto Fer-T, dedicato alle fonti rinnovabili per la produzione di calore. Il provvedimento riguarda un comparto rimasto più defilato rispetto alla generazione elettrica, nonostante il peso del calore nei consumi industriali.

Il nodo è finanziario: dai 700 milioni di euro annunciati inizialmente, l’ultima bozza presa in esame prevede una dotazione di 60 milioni. Magaldi considera la riduzione troppo ampia per un settore che potrebbe contribuire sia alla competitività delle imprese sia alla sicurezza energetica nazionale. A suo giudizio, le aziende non possono sostenere da sole il costo degli impianti necessari all’elettrificazione del calore e serve quindi un intervento pubblico mirato.


Il prezzo non può essere l’unico criterio

Per l’imprenditrice, il principale svantaggio competitivo delle imprese italiane non deriva dal costo delle emissioni, ma dal prezzo del gas. L’incidenza del sistema Ets, spiega, è più contenuta rispetto agli aumenti registrati dal combustibile negli ultimi anni. Le tecnologie alternative richiedono tuttavia una spesa iniziale, perché devono essere installate infrastrutture che con il gas sono già disponibili.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Una volta realizzati, questi impianti possono però limitare la vulnerabilità delle aziende alle oscillazioni del mercato. Magaldi non contesta il ricorso alle aste competitive, ma chiede che nelle gare non venga valutato esclusivamente il prezzo finale. In gioco ci sono anche il valore creato sul territorio, l’occupazione, le competenze e la solidità delle catene produttive.


La transizione deve restare europea

L’Europa ha già avviato un primo programma per sostenere l’elettrificazione del calore industriale e prepara una seconda iniziativa da 1 miliardo di euro, inserita nel più ampio percorso di riduzione delle emissioni dell’industria. Il rischio, però, è che la diminuzione dei combustibili fossili produca una dipendenza da fornitori stranieri per pannelli solari, batterie e altri strumenti indispensabili.

Magaldi invita a distinguere l’interesse del singolo operatore, che tende a scegliere la tecnologia più conveniente, dalla responsabilità strategica delle istituzioni. Il passaggio a un sistema di generazione distribuita pone inoltre interrogativi sul controllo dei programmi informatici e degli apparati. Per questo, sostiene, non si può affidare la sicurezza energetica a gare internazionali fondate soltanto sull’offerta più bassa.

Secondo la presidente di Kyoto Club, privilegiare la produzione europea non significa necessariamente rallentare la transizione. In un impianto fotovoltaico, il modulo rappresenta solo una parte del costo complessivo, che comprende anche installazione, cavi e montaggio. Un prodotto europeo leggermente più caro può quindi lasciare sul territorio una quota maggiore di valore economico e industriale.

L’apertura ai produttori stranieri, inclusi quelli cinesi, resta possibile a condizione che comporti investimenti locali, occupazione europea e trasferimento di conoscenze. Il punto, conclude Magaldi, è stabilire regole capaci di tenere insieme concorrenza, decarbonizzazione e autonomia industriale.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere