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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Energia, la sfida dell’Europa: meno gas senza consegnarsi alla Cina

Letizia Magaldi indica nell’elettrificazione del calore industriale e in una nuova politica produttiva europea la strada per coniugare decarbonizzazione e sicurezza energetica.

La transizione energetica europea non può limitarsi alla sostituzione del gas con tecnologie importate a basso costo. Secondo Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club e imprenditrice del comparto energetico, il passaggio alle rinnovabili deve rafforzare allo stesso tempo l’industria del continente, la sicurezza degli approvvigionamenti e la capacità di competere sui mercati internazionali.

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Il calore industriale resta decisivo

Il gas non serve soltanto a generare elettricità: una quota rilevante dei consumi industriali è legata alla produzione di calore. A livello mondiale, spiega Magaldi, circa il 70% dell’energia utilizzata dall’industria serve proprio a questo scopo, mentre il restante 30% riguarda l’elettricità. Carta, alimentare, farmaceutica e chimica dipendono dal calore per lavorare materiali, essiccare prodotti e completare processi come la pastorizzazione.

Per questo, l’aumento del prezzo del metano incide direttamente sui costi delle imprese e non soltanto sulle bollette. La presidente di Kyoto Club ritiene però che oggi esistano alternative rinnovabili economicamente più sostenibili rispetto al passato, tra cui impianti fotovoltaici, pompe di calore, caldaie elettriche e sistemi di accumulo termico. La loro diffusione permetterebbe di contenere l’esposizione agli shock internazionali e di rendere più solido il sistema energetico nazionale.


Il nodo delle risorse italiane

Tra gli strumenti considerati prioritari c’è il decreto Fer-T, pensato per sostenere la produzione di calore da fonti rinnovabili. Magaldi segnala tuttavia una forte differenza tra i 700 milioni di euro annunciati inizialmente e i 60 milioni indicati nell’ultima bozza. A suo giudizio, una dotazione di questo tipo rischia di non essere adeguata alle dimensioni della trasformazione richiesta alle imprese.

Il comparto è inoltre molto frammentato, con numerosi operatori e molte aziende di piccole dimensioni. Proprio per questa ragione, sostiene l’imprenditrice, non può essere lasciato alle sole forze del mercato. «Non possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa», afferma, chiedendo una politica industriale capace di accompagnare gli investimenti e di sostenere l’elettrificazione del calore.


Prezzi bassi, ma quale valore?

Nel dibattito sui costi dell’energia, Magaldi considera il prezzo del gas il fattore principale, mentre giudica più contenuto l’impatto del sistema Ets, cioè il mercato europeo delle emissioni. Le tecnologie alternative richiedono investimenti iniziali, perché a differenza del gas non possono contare su una rete già pronta a rifornire direttamente gli stabilimenti. Una volta realizzati gli impianti, però, possono ridurre la vulnerabilità delle aziende alle oscillazioni del metano.

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L’Europa ha già avviato un primo programma per sostenere l’elettrificazione del calore industriale e prepara una seconda iniziativa da un miliardo di euro. Magaldi non contesta il ricorso a gare competitive, ma chiede che nelle valutazioni non pesi soltanto il prezzo finale: dovrebbero contare anche competenze, occupazione, valore aggiunto e solidità delle filiere presenti nei Paesi europei.


La dipendenza tecnologica da Pechino

La riduzione dei combustibili fossili potrebbe infatti lasciare spazio a una nuova dipendenza, questa volta da pannelli solari, batterie, software e altri apparati prodotti in Cina. Il passaggio a un sistema basato su generazione distribuita e numerosi operatori, osserva Magaldi, richiede una regia strategica pubblica e non può essere guidato esclusivamente dalle convenienze dei singoli acquirenti.

La questione riguarda anche il controllo digitale degli impianti e delle reti. Senza evocare scenari allarmistici, la presidente di Kyoto Club invita a considerare l’energia come un settore strategico, al pari della difesa, dove non si sceglierebbero fornitori soltanto in base all’offerta più economica.

La produzione europea, secondo Magaldi, non deve però tradursi automaticamente in una transizione più costosa. In un impianto fotovoltaico il modulo rappresenta soltanto una parte dell’investimento complessivo, che comprende anche installazione, cavi, strutture e montaggio. Anche una differenza di prezzo limitata può quindi essere valutata insieme ai benefici industriali e occupazionali lasciati sul territorio.

L’apertura ai produttori stranieri resta possibile, compresi quelli cinesi, purché accompagnata da investimenti locali, assunzioni in Europa e trasferimento di conoscenze. La sfida, conclude Magaldi, consiste nel definire regole capaci di unire concorrenza, decarbonizzazione e autonomia delle filiere.

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