Embrioni distrutti a Gaza: perché non bastano a provare il genocidio
Il bombardamento della clinica Al-Basma ha cancellato migliaia di embrioni e campioni biologici, ma restano dubbi sulle intenzioni e sulle prove raccolte dalla Commissione Onu.
La distruzione del laboratorio per la fertilità Al-Basma, a Gaza City, è un fatto documentato e ha avuto conseguenze drammatiche per molte coppie. Non è però altrettanto dimostrato che la struttura sia stata colpita appositamente per impedire nuove nascite o che l’episodio costituisca, da solo, la prova di un genocidio contro i palestinesi.
Navi Pillay ha indicato proprio questo attacco come uno degli elementi decisivi per definire genocida l’operazione israeliana contro Hamas. La giurista sudafricana ha collegato la vicenda alle violenze del Ruanda, dove le donne tutsi incinte venivano uccise con l’obiettivo di impedire la sopravvivenza del gruppo. Il paragone, tuttavia, stabilisce un’analogia ma non dimostra automaticamente la presenza della stessa intenzione criminale.
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Le certezze sull’attacco restano limitate
Nel dicembre 2023 un proiettile, attribuito alle forze israeliane, colpì la clinica di Gaza City. L’impatto distrusse i contenitori di azoto liquido nei quali erano conservati circa 4.000 embrioni e 1.000 campioni tra ovuli e sperma. La circostanza è stata ricostruita da Reuters nell’aprile 2024 attraverso le dichiarazioni del direttore Bahaeldeen Ghalayini e alcuni sopralluoghi successivi.
La perdita per le famiglie coinvolte è stata concreta e gravissima. Lo stesso direttore, però, ha spiegato di non poter stabilire se il laboratorio fosse stato preso di mira intenzionalmente; anche l’embriologo della struttura ha mantenuto una posizione analoga. La clinica è rimasta in piedi e i danni più rilevanti si sono concentrati negli spazi interni, mentre nelle immagini dell’area risultano colpiti anche edifici vicini.
Israele non ha confermato di aver causato il danno. L’Idf ha dichiarato di non avere informazioni sullo specifico episodio e ha negato di attaccare deliberatamente strutture civili, comprese quelle sanitarie. Ha inoltre sostenuto di operare nel rispetto del diritto internazionale e ha chiesto l’indicazione dell’orario esatto dell’impatto per poter svolgere una verifica.
L’intenzione genocida non è provata
La Commissione Onu presieduta da Pillay ha invece concluso che il colpo fosse deliberato, che non vi fossero elementi per ritenere la clinica utilizzata militarmente e che l’obiettivo fosse impedire le nascite palestinesi. Da queste premesse ha fatto discendere la qualificazione dell’attacco come atto genocida, mentre Israele ha respinto il rapporto considerandolo condizionato da una posizione politica già definita.
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Secondo le critiche rivolte all’indagine, tra cui quelle di UN Watch, mancherebbero dati essenziali: una data precisa, frammenti della munizione, una ricostruzione della traiettoria e prove dirette sull’ordine impartito dagli attaccanti. Le conclusioni si fonderebbero soprattutto sulla testimonianza del direttore, sulle fotografie dei danni e sull’ipotesi che i comandi israeliani conoscessero la funzione sanitaria dell’edificio.
Nel settore non sono emerse prove pubbliche che Al-Basma fosse una base di Hamas, un deposito di armi o una postazione di tiro. Non risultano neppure tunnel sotto la clinica. Esiste però un contesto militare complesso: nel dicembre 2023 il nord di Gaza City era teatro di combattimenti intensi, con l’avanzata dei mezzi israeliani e la scoperta, nelle zone circostanti, di tunnel e depositi attribuiti a Hamas.
Il contesto della guerra non chiude il caso
È documentato che Hamas abbia sfruttato strutture sanitarie per attività militari e di sicurezza. Il caso più verificato riguarda l’ospedale Al-Shifa, mentre indicazioni analoghe sono state riferite per l’Ospedale Europeo e altri presidi; documenti interni del movimento risalenti al marzo 2020 descriverebbero una politica organizzata in questo senso. Questi elementi riguardano però il contesto generale e non dimostrano che Al-Basma avesse la stessa funzione.
Pillay potrebbe sostenere che la clinica rappresenti soltanto un tassello di una condotta più ampia e che il genocidio debba essere valutato sulla base dell’intento complessivo della campagna militare. In tal caso, sarebbe proprio quel quadro generale a dover essere dimostrato con elementi solidi.
La distruzione degli embrioni, dunque, è accertata; molto più incerta è l’interpretazione secondo cui sarebbero stati colpiti deliberatamente per annientare il gruppo palestinese. Le responsabilità per eventuali danni ai civili restano una questione distinta, così come il dolore subito dalle coppie. Trasformare questo singolo episodio in una prova definitiva di genocidio richiede però evidenze più robuste di quelle finora rese pubbliche.
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