Droni e sabotaggi, l’Europa cerca una risposta: il nodo dei poteri
Beniamino Irdi analizza l’escalation attribuita a Mosca e indica gli strumenti con cui le democrazie europee possono rafforzare deterrenza e capacità di reazione.
Un eventuale Consiglio di sicurezza europeo avrebbe valore soltanto se fosse in grado di assumere decisioni vincolanti e di farne seguire conseguenze concrete. Per Beniamino Irdi, un nuovo organismo chiamato soltanto a favorire il confronto rischierebbe di aggiungersi a strutture già esistenti senza modificare la risposta dell’Unione alle minacce provenienti dalla Russia.
L’idea è stata rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, insieme alla proposta di una strategia comune per la sicurezza e di un meccanismo d’emergenza complementare all’articolo 4 della Nato. Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, ha affrontato il tema in vista degli “HG Dialogues”, in programma il 6 novembre alla Luiss di Roma.
Un organo europeo deve poter decidere
Secondo l’analista, il principale ostacolo politico nasce dalla riluttanza degli Stati membri a trasferire competenze quando si parla di sicurezza nazionale. Proprio per questo, un Consiglio europeo avrebbe senso solo con attribuzioni effettive, non come semplice sede diplomatica per nuove discussioni.
La questione riguarda anche l’Italia: Irdi ha dedicato un paper alla possibilità di istituire un Consiglio di sicurezza nazionale. In entrambi i casi, il punto centrale resta lo stesso: senza la facoltà di produrre effetti reali, la nuova architettura rischierebbe di restare sulla carta.
La soglia della risposta resta politica
Negli ultimi mesi, osserva Irdi, la pressione russa sull’Europa ha assunto forme più frequenti, più evidenti e più fisiche, con un ricorso crescente a droni, esplosivi e azioni di sabotaggio. A suo giudizio, Mosca potrebbe aver interpretato la risposta occidentale a cyberattacchi e disinformazione come insufficiente, maturando così una maggiore disponibilità a correre rischi.
Un altro elemento riguarda la cosiddetta “plausible deniability”, cioè la possibilità di negare in modo credibile il proprio coinvolgimento. Gli episodi recenti, sostiene l’esperto, sembrano sempre meno compatibili con l’azione di soggetti non statali e trasmettono un messaggio più diretto: l’autore non appare più interessato a nascondere l’origine della minaccia.
Per Irdi, tuttavia, il dibattito non dovrebbe concentrarsi sulla scelta tra “guerra ibrida” e guerra tout court. Le campagne ibride funzionano perché ogni singolo episodio rimane al di sotto del livello capace di provocare una reazione significativa; quel livello, però, non è stabilito da criteri puramente tecnici, bensì dalle decisioni politiche degli Stati colpiti.
La Russia avrebbe innalzato gradualmente questa soglia, sfruttando la difficoltà delle democrazie nel raccogliere consenso intorno a una risposta contro una minaccia progressiva. L’Europa, quindi, dovrebbe definire una dottrina comune di deterrenza, nella quale ogni attacco comporti costi chiari, prevedibili e superiori ai vantaggi attesi dall’aggressore.
La paura è parte dell’offensiva
La presenza dei droni produce effetti anche quando il danno materiale è limitato o l’operazione non raggiunge il risultato previsto. La percezione di un pericolo continuo può infatti incidere sul comportamento delle società e sulle decisioni dei governi.
Il bersaglio finale, spiega Irdi, non coincide necessariamente con un edificio o con un’infrastruttura. Le minacce ibride puntano anche a indebolire la fiducia nelle istituzioni, la coesione democratica e la credibilità della deterrenza. Se riescono a diffondere paura, divisioni e l’idea di uno Stato incapace di proteggere i cittadini, hanno già prodotto un risultato strategico.
Energia, asset e sostegno a Kiev
A giudizio dell’esperto, l’Europa conserva ancora strumenti per aumentare il prezzo delle azioni russe. Tra questi rientra la riduzione della dipendenza energetica, una scelta potenzialmente onerosa anche per i Paesi europei, ma considerata utilizzabile e incisiva.
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Un secondo capitolo riguarda le riserve russe immobilizzate. La loro eventuale confisca solleva questioni giuridiche e politiche complesse, ma rappresenta comunque una leva ancora disponibile. Irdi richiama infine la dimensione militare tradizionale: forniture di armi, informazioni d’intelligence e assistenza all’Ucraina.
La prudenza occidentale è stata condizionata per anni dal timore di un’escalation. Questo timore, secondo l’analista, ha inciso non soltanto sulla quantità del sostegno fornito a Kiev, ma anche sulla rapidità con cui sono state prese determinate decisioni.
Le democrazie devono proteggersi
Il congelamento degli asset presenta un problema ulteriore: altri Stati potrebbero chiedersi se le proprie riserve detenute in Europa siano davvero al sicuro. Irdi riconosce la delicatezza del precedente, ma esclude che una decisione riguardante la Russia debba produrre automaticamente il ritiro delle riserve da parte di tutti gli altri Paesi.
La differenza, osserva, è rappresentata dall’invasione di uno Stato sovrano e dalla conduzione di un conflitto che dura da quattro anni e mezzo, comprendendo sia modalità convenzionali sia ibride. La scelta non sarebbe dunque priva di conseguenze, ma andrebbe valutata dentro un contesto specifico.
Il limite dell’azione europea nasce anche dai principi che le democrazie liberali intendono difendere. Lo Stato di diritto rende più difficile intervenire sui beni congelati, mentre il voto e il controllo dell’opinione pubblica complicano l’adozione di misure energetiche capaci di far crescere i prezzi.
Questi vincoli costituiscono nello stesso tempo una risorsa e una vulnerabilità. L’obiettivo, per Irdi, non è rinunciare alle garanzie democratiche, ma capire come conservarle quando gli avversari cercano di usarle per rallentare o impedire la reazione.
L’Europa davanti alla guerra ibrida
Nel quadro descritto dall’intervista rientrano cyberattacchi, campagne di disinformazione, sabotaggi, incendi, azioni contro infrastrutture essenziali e incursioni con droni. Per anni tali strumenti sono stati collocati in una zona intermedia, al di sotto della soglia di un’aggressione militare convenzionale.
Quella separazione appare però sempre meno netta. A settembre la Germania ha attribuito alla Russia un tentativo di attacco con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia/Halle; nei giorni successivi una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese nel Baltico e un drone dotato di esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania.
L’Unione europea ha continuato ad adottare misure contro le attività che definisce ibride, comprese interferenze informative, sabotaggi, attacchi informatici e iniziative destinate a destabilizzare le istituzioni democratiche. Nel suo intervento del 16 settembre, von der Leyen ha sostenuto che le minacce rivolte all’Europa sono ormai “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, indicando la necessità di una risposta di sicurezza più coordinata.
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