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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Digger, il kolossal che trasforma la fine del mondo in una beffa

Tra catastrofe climatica, potere e teatro, Alejandro González Iñárritu firma un film stratificato che ha diviso il pubblico ma convince per ambizione e ferocia satirica.

I fischi ricevuti da Digger non cancellano l’impressione lasciata da un’opera costruita per mettere a disagio. Il film di Alejandro González Iñárritu, costato 125 milioni di dollari e interpretato da Tom Cruise, affronta la catastrofe climatica con un tono volutamente deformato, mescolando tragedia, parodia e riflessione sul cinema.

Il punto più sorprendente arriva nella parte conclusiva, quando la storia sembra aprire nuovi livelli di lettura proprio mentre scorrono i titoli di coda. La vicenda non resta confinata alla distruzione del pianeta: diventa anche un discorso sul potere di raccontare, mettere in scena e controllare la realtà.


Una catastrofe costruita dal profitto

Cruise interpreta Digger Rockwell, magnate del petrolio arrogante e consapevole delle conseguenze delle proprie attività. L’uomo ha trasformato l’estrazione in un impero e, spingendosi fino a trivellare vaste aree dell’Antartide, provoca il distacco di un iceberg gigantesco, grande circa dieci volte Boston.

Il blocco di ghiaccio scatena alluvioni devastanti in mezza Europa e procede verso l’Alaska. Per fermarlo, Rockwell si ritrova a collaborare con il presidente degli Stati Uniti, malato di cancro, con un vicepresidente dominato dalla paura e con un generale che sembra uscito da un incubo militare alla Dottor Stranamore. La soluzione scelta è bombardare l’iceberg, nella speranza di frantumarlo prima dell’impatto.

La sceneggiatura usa questo scenario per colpire il capitalismo globale e la sua ossessione per il guadagno. L’ironia, tuttavia, non attenua la minaccia: dietro le risate resta l’idea che l’apocalisse climatica ed energetica sia ormai una possibilità concreta e ineludibile.


Tom Cruise dentro una farsa nera

Il protagonista appare fin dal risveglio come una caricatura del miliardario assoluto: un gatto animatronico malato, stivali texani, una mazza da baseball e una corte di dipendenti costretta a obbedire a ogni suo capriccio. Cruise interpreta Rockwell con una fisicità volutamente grottesca, compresa una corporatura appesantita che accentua il lato ridicolo e inquietante del personaggio.

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Il film, però, non si limita a raccontare l’eco-apocalisse. A un certo punto lascia intendere di essere la ripresa di una pellicola; poi aggiunge un ulteriore livello, trasformandosi in una produzione teatrale intitolata Follie fossili. Attori, tecnici e lavoratori dello spettacolo entrano così nel racconto, mentre i rapporti di comando davanti e dietro la scena finiscono per rispecchiarsi.

Anche il conflitto tra Rockwell e la figlia ritorna nella relazione tra l’interprete e la figlia del personaggio. A produrre lo spettacolo è inoltre il nipote del vero Rockwell, elemento che rende ancora più labile il confine tra biografia, finzione e rappresentazione.


Un labirinto tra cinema e teatro

La struttura ricorda il gusto di Iñárritu per i racconti che mostrano i propri meccanismi, già evidente in Birdman e Bardo. Le immagini alternano grandi composizioni corali, movimenti di macchina più misurati rispetto ad altri suoi film e prospettive dal basso che deformano gli spazi, con un’eco della grammatica visiva di Quarto potere.

Il risultato è un impasto satirico fitto, capace di cambiare significato a seconda del punto da cui lo si osserva. L’estetica richiama tanto l’angoscia cosmica di Melancholia quanto il grigiore surreale di Roy Andersson, mentre la folla inferocita mostrata nel film sembra riflettere sia il potere degenerato sia la reazione degli spettatori in sala.

Digger è stato girato interamente negli Pinewood Studios di Londra. La distribuzione ha evitato alcuni grandi festival, tra cui Venezia, Telluride e Toronto, scegliendo di puntare direttamente sull’uscita cinematografica. Una decisione che ha lasciato il film esposto a reazioni immediate e contrastanti, ma che non riduce l’ambizione di un’opera pensata per essere scomposta e riletta oltre la semplice trama catastrofica.

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