Democratici Usa, la generazione millennial prepara il dopo Trump
Talarico, Ossoff ed El-Sayed propongono strade diverse per riavvicinare elettori moderati, religiosi e delusi
Una nuova generazione di politici democratici americani sta cercando di ridefinire il partito in vista del dopo Trump. James Talarico, Jon Ossoff e Abdul El-Sayed rappresentano tre approcci diversi per recuperare consensi oltre la base tradizionale.
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Il costo della vita unisce il partito
Il tema economico è diventato il principale punto di contatto tra le diverse correnti democratiche. El-Sayed propone una redistribuzione più ampia per ridurre le disuguaglianze, Ossoff concentra le critiche sul peso dei grandi finanziatori nelle istituzioni e Talarico si rivolge agli elettori conservatori attraverso il cristianesimo sociale.
Le elezioni del novembre 2025 hanno mostrato che il partito può vincere anche con impostazioni differenti. Abigail Spanberger ha conquistato la Virginia con il 57,6 per cento dei voti e Mikie Sherrill il New Jersey con il 56,9 per cento. Entrambe, esponenti della Generazione X e considerate moderate, hanno puntato sull’aumento delle spese quotidiane e sulla propria esperienza amministrativa, mentre Zohran Mamdani ha ottenuto la vittoria a New York da socialista.
Il nodo degli elettori giovani
Il consenso dei giovani non coincide però con una piena fiducia nel Partito democratico. Un’indagine di Harvard diffusa il 22 ottobre indica che, tra i 18-29enni sicuri di partecipare alle elezioni di metà mandato, il 63 per cento sceglierebbe i Democratici contro il 26 per cento orientato verso i Repubblicani. Allo stesso tempo, il 66 per cento degli iscritti alle liste elettorali giudica negativamente l’operato democratico al Congresso.
Molti di questi elettori intendono votare soprattutto per contrastare Trump. Anche il passaggio di voti registrato tra le generazioni nate negli anni Ottanta segnala una debolezza: tra chi aveva sostenuto Biden nel 2020, l’8 per cento ha scelto Trump quattro anni dopo, mentre soltanto il 2 per cento ha compiuto il percorso opposto. Nel 2024 Kamala Harris ha prevalso di sedici punti tra i laureati, ma Trump ha avuto quattordici punti di vantaggio tra chi non possiede una laurea quadriennale.
Tre candidati per tre direzioni
In Texas, James Talarico, 37 anni, prova a riportare il discorso democratico dentro una parte dell’America religiosa. Già insegnante e impegnato negli studi di teologia presbiteriana, collega i riferimenti cristiani alla denuncia delle ricchezze concentrate e dell’influenza delle grandi società. Nel 2018 aveva conquistato un collegio texano favorevole a Trump; ora affronta Ken Paxton in uno Stato in cui i Democratici non ottengono una carica elettiva statale dal 1994.
Talarico ha scelto anche spazi frequentati da un pubblico maschile e conservatore, discutendo di fede e disparità economiche nel programma di Joe Rogan. Il suo obiettivo non riguarda soltanto il confronto con Paxton, indebolito dagli scandali, ma il tentativo di dimostrare agli elettori religiosi che i loro interessi materiali non devono coincidere con quelli della destra.
Jon Ossoff, 39 anni, si rivolge invece ai moderati della Georgia. La sua accusa a Trump riguarda la distanza tra le promesse rivolte ai lavoratori e il rapporto instaurato a Washington con i contribuenti più ricchi. Ossoff sostiene che il sistema politico sia condizionato dai grandi finanziatori, ma usa la stessa contestazione contro l’ex presidente, accusato di aver messo il potere pubblico al servizio dei propri interessi e di quelli dei miliardari.
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In Michigan, Abdul El-Sayed, 42 anni, punta sugli elettori che considerano il partito troppo vicino agli apparati economici e politici. Medico e già alla guida dei servizi sanitari cittadini di Detroit, sostiene l’accesso universale alle cure e denuncia il peso delle spese mediche. La sua campagna ha riavvicinato una parte della comunità araboamericana, critica verso il sostegno dell’amministrazione Biden a Israele.
L’eredità di Obama
El-Sayed ha battuto Haley Stevens alle primarie nonostante il forte divario nella pubblicità a favore della rivale. La contesa ha però reso visibili le fratture interne: il primo novembre Stevens ha comunicato il proprio appoggio al repubblicano Mike Rogers, senza riuscire a chiarire le ragioni della scelta.
Barack Obama ha sostenuto tutti e tre i candidati. A maggio ha visto Talarico ad Austin e ha appoggiato la sua corsa; a ottobre ha inciso un messaggio per Ossoff e ha partecipato con lui a un incontro elettorale in Georgia. Il 24 ottobre, a Detroit, è salito sul palco insieme a El-Sayed, presentandolo come una figura in grado di proseguire il lavoro avviato con la riforma sanitaria della sua amministrazione.
Il rapporto con Obama resta però privo di deferenza assoluta. El-Sayed, che nel 2012 lo aveva accusato di avere disatteso parte degli impegni presi nel 2008, ha paragonato l’ex presidente a un padre: si può riconoscere ciò che ha reso possibile senza approvare ogni sua decisione. La nuova generazione conserva quindi l’abilità comunicativa dell’era Obama, ma ha sostituito l’ottimismo di allora con toni più duri, influenzati anche dalle battaglie di Bernie Sanders contro il potere delle imprese e il prezzo delle cure.
Il ritorno nelle comunità
Mamdani ha costruito il successo newyorkese attraverso attività di quartiere, associazioni sportive e relazioni locali capaci di trasformarsi in partecipazione politica. Il metodo ha favorito il reclutamento di volontari e la creazione di legami duraturi, una struttura che i Democratici hanno perso con l’indebolimento dei sindacati e delle organizzazioni territoriali.
Quel modello ha funzionato in una città progressista, ma la sua efficacia in Pennsylvania o Wisconsin resta da verificare. In quegli Stati il partito deve conquistare i moderati delle periferie e ridurre la distanza nelle zone rurali a prevalenza repubblicana. Nel 2028, quando Trump non potrà più candidarsi alla presidenza, i Democratici dovranno ottenere voti per le proprie proposte e non soltanto per l’opposizione al presidente.
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