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Attualità 2 min di lettura50 min fa

Data center, la stretta della Lombardia contro i terreni gonfiati

Solo una minima parte dei progetti annunciati arriva a un accordo con Terna, mentre la Regione prepara un filtro per ridurre il rischio di operazioni speculative.

La Lombardia prova a mettere un freno alle iniziative nate più per rivalutare un’area che per costruire davvero un data center. La giunta regionale ha approvato giovedì 22 ottobre una modifica alle regole del settore: l’iter per un nuovo impianto dovrebbe partire soltanto dopo una valutazione positiva di Terna sulla possibilità di collegarlo alla rete elettrica.

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La connessione diventa un filtro

La proposta dovrà ancora passare dal consiglio regionale, ma l’obiettivo è già definito: evitare che una semplice richiesta di allacciamento venga utilizzata per rendere più appetibile un terreno. La Lombardia, guidata da Attilio Fontana, era stata a maggio la prima regione italiana a introdurre una disciplina specifica per i data center e ora intende aggiornarla proprio sul fronte delle possibili speculazioni.

Per Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, il collegamento tra autorizzazioni edilizie e disponibilità di energia potrebbe selezionare fin dall’inizio i progetti più concreti. «Si potrebbe prendere spunto da ciò che fanno altri paesi europei, ossia legare l’allacciamento all’energia elettrica anche ai procedimenti autorizzativi edilizi», ha spiegato, indicando in questa direzione un modo per ridurre le richieste prive di solide prospettive.


Terreni, richieste e prezzi

Il motivo della stretta emerge dai numeri lombardi. Al 30 settembre, secondo Terna, le domande di connessione nella regione erano 313, per una potenza complessiva di 49 gigawatt. I contratti effettivamente sottoscritti, però, risultavano appena 15, con una potenza totale di 1,7 gigawatt: circa il 3% delle pratiche iniziali.

Una domanda alla rete non presuppone necessariamente un progetto pronto a partire. Può essere presentata da proprietari di aree industriali dismesse o inutilizzate, anche quando mancano ancora un committente, le verifiche urbanistiche o i capitali necessari. Una risposta favorevole di Terna può così aumentare il valore commerciale del terreno, in alcuni casi fino a tre o quattro volte rispetto alla quotazione iniziale.

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Il fenomeno non dimostra che tutte le richieste rimanenti siano speculative, ma ridimensiona l’idea che ogni pratica corrisponda a un impianto destinato a essere realizzato. Franchina sottolinea che nel comparto operano anche società immobiliari e non soltanto aziende digitali: «Molte richieste arrivano da privati e società che hanno terreni inutilizzati e fiutano l’affare».


L’energia resta il limite maggiore

La corsa alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale si scontra inoltre con il loro fabbisogno energetico. I server lavorano senza interruzione durante tutto l’anno e devono essere raffreddati costantemente, con conseguenze anche sul consumo di acqua e sull’utilizzo del suolo.

L’Irlanda, tra i primi Paesi europei ad attirare questo tipo di investimenti, offre un dato indicativo: i data center assorbono ormai un quinto dell’elettricità nazionale. Proprio la pressione sulle risorse ha alimentato le contestazioni, soprattutto nelle regioni settentrionali italiane, dove alla questione energetica si sommano i timori legati all’intelligenza artificiale e alla trasformazione del territorio.

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