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Attualità 6 min di lettura1 ott

Data center, la contropartita che Milano può pretendere

La crescita delle infrastrutture digitali concentra nell’area milanese energia, acqua e investimenti: il territorio può legare ogni nuovo insediamento a impegni pubblici verificabili.

Un data center può chiudere, cambiare proprietario o rimanere parzialmente inutilizzato, ma il territorio resta esposto alle conseguenze. Per questo ogni nuovo impianto dovrebbe essere accompagnato da una garanzia finanziaria per la dismissione e il ripristino dell’area, adeguata alle sue dimensioni. Per un operatore solido sarebbe un costo limitato; per la comunità, invece, rappresenterebbe una tutela contro edifici abbandonati e siti da risanare.


La continuità dei servizi è decisiva

La sicurezza non può essere separata dalla crescita dei data center. Se le loro strutture ospitano servizi pubblici, università e attività produttive, un guasto o un attacco non riguarda soltanto il gestore, ma può coinvolgere l’intera area urbana. Agli operatori andrebbero quindi richiesti sistemi di protezione fisica e informatica, procedure per le emergenze e verifiche periodiche sulla capacità di mantenere o ripristinare le funzioni essenziali.

Alle istituzioni spetterebbe il coordinamento delle azioni contro sabotaggi e minacce, senza confondere il diritto di contestare un progetto con il danneggiamento dell’infrastruttura. La pubblicazione dei consumi non implica la diffusione di informazioni tecniche sensibili. Per i servizi indispensabili, inoltre, servono soluzioni alternative collocate fuori dalla zona che potrebbe essere colpita da un’interruzione.


Una concentrazione senza precedenti

Il peso dell’area milanese emerge dai numeri. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano calcola che qui si trovi il 68 per cento della potenza installata in Italia, pari a 414 megawatt, con l’obiettivo di oltrepassare un gigawatt entro il 2028.

Nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 terawattora, cioè l’1,9 per cento dei consumi elettrici nazionali. Le proiezioni indicano però una possibile crescita compresa tra il 7 e il 13 per cento entro il 2035. L’espansione interessa la stessa rete utilizzata da famiglie e aziende: quando gli impianti ad alta e altissima tensione arrivano vicino alla saturazione, il gestore deve programmare nuove opere, il cui costo viene recuperato attraverso le bollette. Anche stabilire quali richieste di allacciamento abbiano precedenza diventa, di fatto, una decisione politica.


Il vantaggio negoziale della metropoli

La domanda di queste infrastrutture nasce da un’esigenza concreta: ogni servizio digitale, compresi quelli offerti dalle amministrazioni, richiede capacità di elaborazione collocata in luoghi fisici. Tuttavia, la loro utilità non cancella il consumo di energia, acqua e territorio. Il calore generato dagli impianti, nella maggior parte dei casi, viene ancora disperso nell’atmosfera.

Milano e il suo territorio non partono da una posizione marginale. Gli operatori scelgono quest’area per la presenza di collegamenti, fibra, clienti e competenze. Una comunità che ha contribuito a costruire questo ambiente economico può quindi trattare l’arrivo di nuovi investimenti da una posizione negoziale più forte, senza rinunciare alla competizione per attrarli.


Una legge utile ma incompleta

La Lombardia ha approvato la legge regionale 11 del 2026, il primo intervento organico di una regione italiana sul tema. La norma impedisce di utilizzare acqua potabile o destinata all’irrigazione per il raffreddamento, orienta i nuovi impianti verso aree dismesse o da rigenerare e sostiene il riuso del calore, anche attraverso il teleriscaldamento.

Chi rispetta queste priorità può ottenere procedure più rapide, una posizione preferenziale nei bandi e una riduzione del contributo di costruzione compresa tra il 10 e il 30 per cento. Le disposizioni applicative sono state pubblicate il 28 agosto e le richieste possono essere inoltrate dal primo settembre.

Il limite della disciplina è nella sua impostazione: vieta alcuni comportamenti e incentiva gli altri, senza trasformare il recupero del calore in un obbligo generale. Per gli impianti più grandi è previsto uno studio di fattibilità quando il recupero viene contemplato, non una sua realizzazione automatica. Anche le compensazioni, come i 5,6 milioni di euro previsti per Rho, restano soprattutto versamenti una tantum.

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Cinque impegni per ogni insediamento

Un accordo valido per tutta l’area metropolitana potrebbe colmare questo spazio. Il primo impegno riguarderebbe il calore: in presenza di una rete di teleriscaldamento raggiungibile, il recupero dovrebbe diventare una condizione, con traguardi quantificati e controlli annuali. La soluzione non è sempre immediata, perché il calore prodotto può avere una temperatura troppo bassa e richiedere pompe di calore, a loro volta alimentate dall’elettricità. L’obbligo avrebbe dunque senso quando la compatibilità tecnica è reale, mentre chi rende possibile il riutilizzo dovrebbe ricevere un riconoscimento.

Il secondo punto sarebbe l’acqua. Il divieto regionale già esclude i prelievi potabili e irrigui, ma il patto potrebbe imporre una misurazione pubblica e verificabile di ogni captazione, compresa quella dalla falda non potabile. Il terzo riguarderebbe il consumo di suolo: gli spazi già compromessi dovrebbero restare la scelta prioritaria, mentre l’utilizzo di terreni agricoli andrebbe considerato un’eccezione da motivare.

La quarta restituzione consisterebbe nella trasparenza. Mancano oggi informazioni pubbliche sui consumi dei singoli impianti; le comunicazioni richieste dalle regole europee sono infatti disponibili soltanto in forma aggregata nazionale. Ogni struttura insediata nell’area milanese dovrebbe rendere noti annualmente energia utilizzata, acqua prelevata, calore recuperato e quantità ceduta. Un’infrastruttura definita strategica dovrebbe accettare di essere valutata attraverso dati controllabili.


Dal calcolo ai servizi pubblici

Il quinto impegno richiede una distinzione tra i soggetti coinvolti. Un operatore infrastrutturale spesso non vende direttamente capacità di calcolo: mette a disposizione spazi, energia e raffreddamento, mentre grandi fornitori di servizi informatici e imprese collocano lì i propri apparati. Pretendere da chi gestisce l’edificio una fornitura diretta di calcolo sarebbe quindi improprio.

A quel soggetto si potrebbe chiedere una quota di spazio e di capacità di connessione destinata agli usi pubblici, oppure un versamento in un fondo per la digitalizzazione civica. Ai fornitori che utilizzano quelle strutture, invece, si potrebbe proporre un accordo con Comune, università e sistemi di condivisione dei dati, fissando prestazioni, disponibilità e tariffe accessibili. Per la città conterebbe più la certezza di un servizio che la proprietà di un certo numero di macchine.


Il territorio non è un semplice ospite

Due vicende locali mostrano perché il tema non possa essere lasciato ai singoli comuni. A Rho, in via Moscova, gli stabilimenti dell’ex Nilit e dell’ex Radici, rimasti inutilizzati per anni, saranno trasformati per ospitare un data center. La giunta ha adottato il piano attuativo ad agosto e l’operazione porterà nelle casse comunali circa 5,6 milioni di euro, destinati a servizi, verde e interventi ambientali; almeno un terzo delle risorse dovrà concentrarsi nei quartieri più vicini all’impianto.

A Pieve Emanuele, invece, il sindaco ha dovuto spiegare ai residenti, poche settimane fa, che nessuno dei due progetti ipotizzati in città aveva ancora ricevuto l’approvazione. Sono episodi diversi, ma rivelano la stessa difficoltà: l’impatto di queste infrastrutture supera i confini amministrativi del comune che le ospita.

La crescita economica sta già ridisegnando il territorio della grande Milano, mentre le competenze restano frammentate. Un patto metropolitano consentirebbe di collegare benefici locali, obblighi ambientali, trasparenza e servizi digitali condivisi. Se l’area concentra due terzi della potenza di calcolo nazionale, una parte di quella capacità può diventare anche una risorsa direttamente disponibile per la comunità.

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