Dario Fo, la sorpresa dei dipinti: Milano gli dedica un largo
A dieci anni dalla scomparsa, un volume di oltre trecento pagine riscopre la produzione visiva del Nobel e la città gli dedica uno spazio vicino alla Statale.
Milano lega il nome di Dario Fo a un nuovo spazio pubblico e, nello stesso giorno, riscopre una parte meno conosciuta della sua eredità: quella costruita con pennelli, matite e colori. A dieci anni dalla morte dell’artista, un libro raccoglie centinaia di opere e una targa viene collocata accanto alla stazione M4 Sforza Policlinico.
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Un largo nel cuore di Milano
La dedica è stata ufficializzata dal sindaco Beppe Sala, che ha inaugurato Largo Fo nei pressi dei chiostri della Statale. Proprio in quell’area, durante un’occupazione universitaria del 1968, Dario Fo portò in scena per la prima volta il Mistero Buffo.
Nel presentare la targa, Sala ha ricordato il legame tra il drammaturgo e la città: “Oggi è un giorno di fierezza per Milano. Franca e Dario riposano uno sopra all’altro al Famedio, ma, come avevamo deciso, allo scadere esatto del decennio dalla sua scomparsa, senza aspettare una sola ora in più, intitoliamo questo spazio a un genio”. Il sindaco ha aggiunto che il luogo, attraversato ogni giorno da molti giovani, potrà spingerli a conoscere il lavoro di Fo attraverso gli archivi televisivi.
La pittura prima del palcoscenico
Il volume Dario Fo pensa per immagini, pubblicato da Rizzoli Lizard, riunisce più di trecento pagine di disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti e autoritratti. Le tavole mostrano figure di ispirazione cubista, personaggi sospesi e arlecchini sdoppiati, oltre a scenografie, fondali e studi per i costumi teatrali.
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La dimensione visiva accompagnò Fo per tutta la carriera, fin dagli anni Cinquanta, quando lavorava con Franco Parenti e Jacques Lecoq. Prima ancora di arrivare sul palcoscenico, molte idee prendevano forma sulla carta: “Ho disegnato, dipinto, inciso e inventato fondali e bozzetti di costumi per ogni commedia messa in scena da sessant’anni in qua”, ricordava l’artista.
Franca Rame custode dell’archivio
Guido Harari, Stefano Bertea e Mattea Fo, autori del libro, descrivono la produzione pittorica come una componente inseparabile del teatro di Dario Fo. Secondo la loro lettura, tra rappresentazione scenica e pittura non esisteva una vera barriera: colori, maschere e prospettive servivano a costruire l’azione prima della recitazione.
Nel progetto ebbe un ruolo decisivo anche Franca Rame, indicata come archivista e custode del patrimonio artistico del compagno, oltre che prima testimone del suo metodo creativo. Mattea Fo ha accolto l’iniziativa del Comune, ma ha chiesto che non resti soltanto un gesto commemorativo: “La memoria non può essere legata solo alla memoria, ma deve arrivare nei teatri, per coinvolgere le nuove generazioni nei loro testi”.
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