Da Parigi a Milano: la protesta cambia volto e mette in crisi gli equilibri
Le rivolte francesi e i saccheggi milanesi condividono linguaggi, rivendicazioni e una crescente autonomia dai gruppi politici tradizionali.
A Parigi, una donna sulla sessantina ha liquidato le accuse contro i saccheggi con parole che riassumono una frattura sempre più visibile: «La polizia picchia e mutila ragazzini in tutta la Francia, e ancora pensano di dare lezioni di diritti umani ad altri paesi. Io non dimentico cosa accadde qui il 17 ottobre del 1961». Si riferiva alla repressione della manifestazione per l’indipendenza dell’Algeria, quando centinaia di persone furono uccise e gettate nella Senna.
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La politica corre fuori dai vecchi argini
Le mobilitazioni recenti sembrano così intrecciare rabbia sociale, memoria storica e sfiducia verso le istituzioni. Il rapporto con i gruppi politici organizzati, però, non appare più quello consueto: le aggregazioni nate nelle piazze sembrano muoversi almeno in parte al di fuori dei circuiti autonomi, anarchici e del tifo organizzato.
Questo non implica necessariamente una rottura o un conflitto aperto con quei mondi. Possono esistere rapporti personali e forme di collaborazione, ma le nuove aggregazioni mostrano linguaggi, modalità operative e strutture decisionali tendenzialmente indipendenti.
Milano intravede un passaggio delicato
A Milano gruppi composti spesso da minorenni si sono riuniti con il volto coperto e hanno preso di mira diversi esercizi commerciali. Tra gli obiettivi sono finite soprattutto grandi catene che vendono apparecchi tecnologici, abbigliamento e articoli per lo sport.
La novità, per l’Italia, riguarda anche il possibile significato di queste azioni. La sinistra sociale radicale ha storicamente mantenuto un ceto politico frammentato ma riconoscibile, spesso capace di controllare l’accesso alle pratiche illegali di piazza e, in molti casi, di limitarne l’escalation.
Un linguaggio che attraversa i confini
Le piazze italiane e francesi condividono riferimenti sempre più espliciti. Sulle piattaforme sociali italiane compaiono richiami alle proteste d’Oltralpe, mentre nelle manifestazioni francesi risuonano slogan italiani come «Siamo tutti antifascisti!»; a Milano, invece, sono stati intonati cori in francese contro la polizia, con il significato di un’avversione generalizzata verso le forze dell’ordine.
Il fenomeno si collega anche alle mobilitazioni studentesche e alle proteste contro l’aumento del costo della vita. In questa prospettiva, tanto l’ostilità verso la polizia quanto la richiesta di accedere subito a beni normalmente acquistabili solo con redditi più elevati possono assumere una dimensione politica, anche quando le condotte restano illegali.
Le fratture dietro la rabbia giovanile
Nel discorso di molti adolescenti ricorrono accuse di discriminazione legata al colore della pelle, alle origini e ai percorsi per ottenere diritti e cittadinanza. Viene denunciata anche la stigmatizzazione di comunità linguistiche, nazionali e religiose, insieme alle violenze attribuite agli apparati di sicurezza.
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A questi temi si aggiungono la critica al modo in cui la storia coloniale viene raccontata nelle istituzioni, nella politica e nella formazione, oltre alla posizione europea sulla guerra a Gaza. Per una parte consistente dell’opinione pubblica, soprattutto giovane, la denuncia della violenza da parte di governi che sostengono militarmente Israele appare priva di credibilità.
Non solo irrazionalità e disordine
La presenza di furti e appropriazioni durante una rivolta non dimostra, di per sé, l’assenza di idee o valori. Anche comportamenti egoistici possono convivere con una determinata lettura della società e con la convinzione di reagire a un’ingiustizia percepita.
In Italia, gli episodi di Milano sembrano inoltre diversi dalle proteste condotte da un fronte compatto per difendere un luogo politicamente simbolico. A Torino, dopo lo sgombero di Askatasuna nello scorso gennaio, i manifestanti puntavano verso uno spazio preciso; nel capoluogo lombardo, invece, gruppi variabili hanno alternato il confronto con la polizia alla sottrazione organizzata di merci, secondo una dinamica più dispersa.
Il modello francese arriva nelle piazze
Negli ultimi anni, in Francia, cortei pacifici, resistenza collettiva agli interventi della polizia e gruppi mobili dediti ad azioni vietate dalla legge sono comparsi nello stesso scenario. Queste formazioni cercano di non farsi intercettare né dai manifestanti organizzati né dagli agenti e colpiscono negozi o spazi urbani interpretati come simboli di una violenza economica, coloniale e sociale ritenuta più ampia.
A Parigi, molti partecipanti estranei agli scontri non hanno mostrato particolare urgenza nel condannare i saccheggi dei supermercati. Alcuni hanno applaudito, altri hanno reagito con ironia: una distanza che segnala quanto le istituzioni facciano fatica a imporre una definizione condivisa di ciò che è morale e di ciò che viene considerato violenza.
Le proteste diventano così anche luoghi nei quali si tramandano memorie ignorate o rimosse dal racconto pubblico. L’esperienza francese suggerisce che Milano non stia semplicemente riproducendo un episodio isolato: le somiglianze nei linguaggi e nelle pratiche potrebbero indicare cambiamenti rilevanti nel modo in cui, in Italia, si formano e si organizzano le mobilitazioni.
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