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Attualità 2 min di lettura24 min fa

Crisi iraniana, Putin tende la mano: il raid israeliano resta in bilico

Mosca offre il proprio contributo per uscire dalla crisi, mentre emergono nuovi dettagli sul piano israeliano che Trump avrebbe fermato prima delle elezioni statunitensi.

La Russia si propone come possibile interlocutore per ridurre la tensione con l’Iran, proprio mentre vengono alla luce i dettagli di un’operazione israeliana che avrebbe potuto riaccendere il conflitto. Vladimir Putin ha assicurato la disponibilità di Mosca durante il colloquio con Steve Witkoff a San Pietroburgo.

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Putin offre l’aiuto di Mosca

Secondo quanto riferito da Tass, il presidente russo ha spiegato che il Cremlino sarebbe pronto a intervenire per favorire una soluzione. «Se possiamo fare qualcosa per risolvere questa crisi, saremo lieti di farlo», ha dichiarato Putin nel corso dell’incontro con l’inviato statunitense.

Il leader russo ha inoltre richiamato i rapporti consolidati tra Mosca e Teheran, definiti «speciali e basati sulla fiducia». Il legame, ha sottolineato, si è sviluppato nell’arco di diversi decenni.


Il raid israeliano rimasto in sospeso

Nel frattempo, secondo il Financial Times, Benjamin Netanyahu avrebbe valutato una nuova offensiva contro l’Iran nella prima parte di ottobre. Tre persone informate sui fatti hanno riferito che le Forze di Difesa Israeliane erano pronte a entrare in azione nel fine settimana del 10 ottobre, prendendo di mira strutture nucleari, obiettivi legati al regime iraniano e anche impianti civili, comprese centrali elettriche.

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L’operazione, sempre secondo le fonti citate dal giornale, avrebbe avuto una portata superiore ai raid condotti da Stati Uniti e Israele a febbraio. Non è però chiaro se Washington avrebbe partecipato direttamente all’azione. Una delle persone consultate ha indicato che un nuovo ciclo di attacchi nelle settimane successive non sarebbe «uno scenario irragionevole».


Trump avrebbe imposto lo stop

A bloccare la ripresa dei combattimenti sarebbe stato Donald Trump, contrario a un’escalation prima delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, fissate per il 3 novembre. La decisione avrebbe quindi congelato un piano già predisposto dall’apparato militare israeliano.

Le fonti parlano anche di un elenco aggiornato di bersagli, nel quale sarebbero comparsi siti di infrastrutture civili mai colpiti in precedenza. Un’altra ricostruzione, tuttavia, ipotizza che la preparazione militare potesse servire anche come strumento di pressione nei negoziati e ricorda che l’ultima parola sulla ripresa delle ostilità sarebbe spettata a Trump.

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