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Attualità 4 min di lettura32 min fa

Colpi di testa, il caso Cléa riapre il dibattito sui giovani

La morte della rugbista francese di 17 anni riporta l’attenzione sui traumi cranici e sulle regole introdotte dal Como per ridurre i rischi nel calcio giovanile.

Un pallone leggero può ridurre fino a dieci volte la forza dell’impatto rispetto a uno tradizionale: è il risultato di una ricerca dell’Università di Tor Vergata, condotta con sensori applicati sulla fronte di giovani calciatori. Il dato sostiene le nuove misure adottate dal Como per limitare i colpi di testa nelle fasce d’età più basse.

La questione, tuttavia, va oltre il calcio. La morte di Cléa, giocatrice francese di 17 anni deceduta dopo uno scontro durante una partita di rugby, ha riacceso l’attenzione sui traumi alla testa negli sport di contatto e sulle possibili conseguenze a breve e lungo termine.

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Un dibattito nato molto prima

L’idea di ridurre l’uso del colpo di testa nel calcio giovanile non è recente. A sostenerla per primo fu Sócrates, medico brasiliano e calciatore della Fiorentina nella stagione 1984/85, che già allora propose di limitarne la pratica suscitando la contrarietà di diversi ex colleghi.

Nel 2020 la federazione scozzese ha vietato il gesto ai bambini sotto i 12 anni. La decisione è arrivata dopo una ricerca dell’Università di Glasgow pubblicata sul New England Journal of Medicine: il confronto tra 7.600 ex professionisti e 23mila persone appartenenti a un gruppo di controllo aveva evidenziato una maggiore mortalità per malattie neurodegenerative, oltre a un rischio più alto di demenza e morbo di Alzheimer.

Anche in Australia uno studio su 51 ex atleti, provenienti sia dal settore dilettantistico sia da quello professionistico, ha collegato i ripetuti traumi alla testa allo sviluppo di encefalopatie. Il primo grande caso giudiziario era emerso nel football americano: nel 2013 alcuni ex giocatori citarono in giudizio la Lega per i danni cerebrali accumulati durante la carriera, mentre nel 2016 la Nfl riconobbe il rapporto tra quei traumi e le malattie neurodegenerative. Nel 2021 un’azione analoga ha coinvolto i rugbisti e oggi più di 400 ex atleti hanno avviato procedimenti contro federazioni e organismi sportivi.


Il modello scelto dal Como

In Italia il Como è diventato il primo club di Serie A a introdurre regole specifiche per proteggere la salute cerebrale nel proprio settore giovanile. Il provvedimento limita sia l’età sia il numero di colpi consentiti, puntando anche sull’uso di palloni più leggeri.

Fino ai 10 anni il colpo di testa non è ammesso né durante le sedute di allenamento né nelle partite. Le rimesse laterali vengono effettuate con i piedi e gli angoli sono battuti in forma corta. Gli Under 11 possono sperimentare il gesto soltanto al termine della stagione, usando un pallone di gomma alleggerito.

Per gli Under 12 è prevista una sola sessione mensile, con un massimo di cinque colpi e sempre con il pallone leggero. Gli Under 13 possono invece allenarsi una volta alla settimana, senza superare la soglia dei cinque impatti; nelle gare ufficiali, però, il gesto resta escluso e le rimesse vengono eseguite con le mani sotto l’altezza della testa.

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Il regolamento vieta inoltre gli esercizi ripetitivi privi di una reale necessità e l’impiego di palloni gonfiati oltre misura. Raphaël Varane, componente del gruppo educativo di Como 1907, ha riassunto l’impostazione del club parlando di «regole chiare, buona formazione, consapevolezza e di una cultura in cui il benessere e la sicurezza vengano prima di tutto».


La tragedia che scuote il rugby

Il tema è tornato drammaticamente al centro dell’attenzione in Francia dopo la morte di Cléa, atleta dell’Union du Bassin Marmandais. La ragazza aveva perso conoscenza durante la gara contro l’Agen Agglo in seguito a un impatto alla testa.

I soccorritori sono riusciti a rianimarla sul terreno di gioco, poi l’hanno trasferita d’urgenza all’ospedale Pellegrin di Bordeaux. Qui, dopo un arresto cardiaco, la diciassettenne è morta. Le circostanze dell’incidente dovranno essere chiarite.

La federazione francese ha definito la scomparsa un evento che «sconvolge l’intera famiglia del rugby» e ha assicurato che «sarà fatto tutto il possibile per comprendere le circostanze di questo incidente». Nel frattempo è stato predisposto un sostegno psicologico per le compagne, l’allenatore, i familiari e tutte le persone coinvolte, comprese quelle che hanno assistito al malore in campo.


I rischi per i più giovani

Romano Franceschetti, responsabile della Medicina dello sport della Asl Roma 1, ha sottolineato una differenza fisica decisiva tra bambini e adulti: «hanno un cranio più sottile e una muscolatura del collo più debole». Queste caratteristiche possono rendere più delicata la gestione degli impatti, soprattutto quando sono frequenti o particolarmente intensi.

Osian Roberts, responsabile dello sviluppo del Como, ha spiegato che l’obiettivo non è soltanto ridurre i colpi alla testa, ma modificare il modo di insegnare il calcio. Il club vuole dedicare più spazio al controllo del pallone, alla lettura delle situazioni, alla capacità di risolvere i problemi e alle decisioni prese senza fretta.

Il rugby, come gli altri sport di contatto, non viene considerato automaticamente pericoloso. La preoccupazione riguarda piuttosto la possibilità che urti violenti producano danni immediati o conseguenze che emergono nel tempo, un tema che la tragedia di Cléa ha riportato con forza nel confronto sullo sport giovanile.

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