Clima, la soglia di 1,5°C è quasi persa: cosa resta da fare
Il rapporto dell’Onu avverte che gli impegni attuali portano verso 2,6°C di aumento entro il 2100, ma indica anche le misure necessarie per limitare i danni.
La soglia di 1,5°C fissata dall’Accordo di Parigi appare ormai fuori portata senza un superamento temporaneo. Anche nello scenario in cui gli Stati rispettassero gli impegni già annunciati, la temperatura media globale arriverebbe infatti a circa 2,6°C sopra i livelli preindustriali entro il 2100.
Il quadro emerge dal Rapporto sul divario delle emissioni 2026 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). António Guterres, segretario generale dell’Onu, ha avvertito durante la presentazione che il mondo è «pericolosamente lontano dall’obiettivo» e non può più evitare di oltrepassare il limite di 1,5°C se lo si considera sulla base delle medie decennali.
GioiaPura
-15% su tutto da GioiaPura
Il divario continua ad allargarsi
Le proiezioni sono peggiorate rispetto alla precedente edizione del rapporto. Un anno fa l’aumento previsto oscillava tra 2,3°C e 2,5°C; oggi la stima sale a un intervallo compreso tra 2,6°C e 2,8°C, anche per effetto del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e della revisione dei calcoli sulle emissioni storiche.
Nel 2025 le emissioni globali di gas serra sono rimaste su livelli record. Tra i sei principali emettitori, le stime preliminari indicano incrementi negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, mentre India, Russia e Unione Europea avrebbero registrato una contrazione. Gli esperti, tuttavia, invitano alla prudenza: le tensioni geopolitiche e la persistente dipendenza dai combustibili fossili rendono prematuro parlare di un picco definitivo, nonostante la crescita delle fonti rinnovabili.
Secondo Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, le occasioni per intervenire sono state rimandate troppo a lungo. «Abbiamo temporeggiato e ora diciamo che questa finestra di opportunità si è chiusa», ha dichiarato, sottolineando soprattutto la responsabilità dei Paesi più ricchi del G20, ai quali viene attribuita circa il 75% delle emissioni mondiali.
L’obiettivo diventa contenere lo sforamento
Il rapporto non considera però inutile ogni ulteriore intervento. Ogni decimo di grado e ogni anno trascorso oltre 1,5°C aumentano la probabilità di danni difficili o impossibili da invertire, tra cui alterazioni delle calotte glaciali, del permafrost, della circolazione oceanica e degli ecosistemi corallini.
La strategia indicata consiste quindi nel rendere il più breve e limitato possibile il superamento della soglia, con l’obiettivo di tornare a 1,5°C entro la fine del secolo. Nel percorso giudicato meno gravoso, il riscaldamento massimo verrebbe contenuto tra 1,7°C e 1,8°C.
Per avvicinarsi a questo scenario, le emissioni globali dovrebbero diminuire del 18% entro il 2030 rispetto ai valori del 2025, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Gli impegni oggi sul tavolo garantirebbero invece riduzioni comprese appena tra il 5% e l’8% nel 2030 e tra l’11% e il 15% nel 2035.
La velocità della trasformazione richiesta sarebbe superiore a quella prevista nell’ultimo rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico: servirebbe una riduzione media annua del 5,7% tra il 2025 e il 2035, contro il 5% indicato in precedenza.
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Rinnovabili e rimozione della CO2
Per riportare la temperatura a 1,5°C o al di sotto di tale livello, il solo taglio delle emissioni non sarebbe sufficiente. L’Unep stima che nel corso del secolo occorrerebbe sottrarre dall’atmosfera e conservare in modo permanente circa 320 gigatonnellate di CO2, una quantità equivalente a circa otto anni delle emissioni globali di anidride carbonica registrate nel 2024.
Questa operazione dovrebbe accompagnarsi a misure di riduzione molto più severe. Secondo le stime del rapporto, la combinazione degli interventi offrirebbe una probabilità del 66% di restare entro 1,8°C e del 50% di tornare a 1,5°C o meno entro il 2100.
Il documento individua comunque alcuni segnali favorevoli: dopo l’Accordo di Parigi, le fonti rinnovabili si sono sviluppate più rapidamente del previsto, mentre la crescita dell’energia ottenuta da carbone e petrolio è risultata più contenuta rispetto alle stime iniziali. Le politiche climatiche, inoltre, hanno già dimostrato di poter ridurre le emissioni.
La capacità mondiale di generazione elettrica da fonti rinnovabili dovrebbe almeno triplicare entro il 2035 rispetto al 2025 e raggiungere almeno 4,5 volte il livello attuale entro il 2040. Nello stesso periodo, il peso di carbone, petrolio e gas nell’offerta energetica globale dovrebbe calare rispettivamente di almeno il 55%, l’1% e il 5% entro il 2035, arrivando nel 2040 a riduzioni del 75%, del 30% e del 35%. Per il carbone usato nella produzione elettrica, il rapporto indica un taglio minimo del 75% entro il 2035 e l’eliminazione mondiale entro il 2040.
Tre traiettorie, nessuna rassicurante
Se proseguissero soltanto le politiche già applicate, senza l’attuazione degli impegni aggiuntivi annunciati dagli Stati, il riscaldamento raggiungerebbe 2,8°C entro il 2100 e continuerebbe poi a crescere. L’applicazione integrale dei contributi nazionali determinati, invece, limiterebbe l’aumento a circa 2,6°C.
Anche l’ipotesi più favorevole, con il rispetto di tutti i contributi nazionali e l’aggiunta degli obiettivi di neutralità climatica, porterebbe comunque a 2,1°C nel corso di questo secolo. I nuovi piani presentati dopo l’edizione precedente del rapporto hanno modificato in misura trascurabile le proiezioni.
La conclusione dell’Unep è netta: senza una svolta immediata, anche lo scenario con il superamento più contenuto di 1,5°C diventerà rapidamente irrealizzabile. Il rapporto quantifica il costo del rinvio: ogni cinque anni trascorsi con emissioni di CO2 ai livelli attuali aggiungerebbero circa 0,1°C al picco del riscaldamento.
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