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Attualità 5 min di lettura2 ore fa

Cina-Pakistan, il grande corridoio ora rischia di diventare un debito

Dopo dieci anni, il progetto simbolo della Belt and Road Initiative resta incompiuto tra investimenti congelati, conti in rosso, violenze e promesse senza seguito.

Il Pakistan dovrà continuare a rimborsare i prestiti cinesi mentre resta incerto il destino della seconda fase del Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), annunciata l’anno scorso ma ancora priva di risultati visibili. Per Islamabad, il progetto non è più soltanto una promessa di sviluppo: è diventato anche un insieme di obblighi finanziari difficili da sostenere.


Pechino riduce il rischio

La Cina non sembra intenzionata a cancellare ufficialmente il Cpec. Un arretramento formale avrebbe un costo politico troppo alto per la Belt and Road Initiative, di cui il corridoio rappresenta uno dei progetti più importanti.

La strategia appare però cambiata: meno grandi impegni, maggiore tutela delle opere già realizzate e preferenza per iniziative di dimensioni ridotte. Il risultato potrebbe essere un corridoio sempre più militarizzato, con un collegamento ferroviario strategico ancora senza copertura finanziaria.

Quando il primo ministro Shehbaz Sharif si è recato a Pechino nel maggio 2026, la dichiarazione congiunta ha rilanciato l’idea di un Cpec 2.0 «di alta qualità». Nel documento, tuttavia, non comparivano nuovi stanziamenti cinesi.


Un progetto fermo tra debiti e promesse

Il programma era stato presentato dieci anni fa da Xi Jinping a Islamabad con un valore complessivo di 62 miliardi di dollari. Dei circa 92 interventi previsti, soltanto 38 risultano conclusi, mentre 23 sono ancora in fase di realizzazione; altri progetti, per circa 22 miliardi di dollari, non sono mai partiti.

Nel 2023 le nuove intenzioni di investimento provenienti dalla Cina hanno segnato una contrazione di circa il 74 per cento su base annua, e il rallentamento non si è arrestato. Nel settembre 2025 Pechino ha inoltre scelto di non finanziare l’ammodernamento della Main Line 1, la principale infrastruttura ferroviaria del corridoio, spingendo Islamabad a rivolgersi alla Banca asiatica di sviluppo per ottenere 2 miliardi di dollari destinati alla tratta Karachi-Rohri.

Il problema non riguarda soltanto i cantieri. A metà del 2025 il Pakistan doveva 423 miliardi di rupie a 18 imprese cinesi dell’energia; più di 100 miliardi erano legati alle penalità accumulate per i ritardi nei pagamenti. Nel febbraio 2026 il debito circolare del comparto elettrico era salito a 1.890 miliardi di rupie, con 543 miliardi riconducibili ai progetti del Cpec.

Islamabad ha provato a coprire il disavanzo cercando altri 1.300 miliardi di rupie, invece di risolvere alla radice l’inefficienza nella riscossione delle tariffe. Nel luglio 2026 i produttori cinesi hanno respinto la richiesta di eliminare circa 170 miliardi di rupie di sovrapprezzi. Nel frattempo, circa 28,1 miliardi di dollari di finanziamenti cinesi risultano scaduti e ancora insoluti.


Gwadar resta lontana dal decollo

Il porto di Gwadar avrebbe dovuto diventare il fulcro marittimo dell’intero corridoio. Dispone invece di appena tre banchine, contro le 37 di Karachi, e gestisce volumi di container molto inferiori: per questo una parte consistente delle merci continua a transitare da Dubai, Salalah o Karachi.

L’intesa quarantennale assegna all’operatore cinese il 91 per cento degli introiti portuali. Ma con ricavi limitati, la quota da distribuire rimane esigua. Gwadar soffre ancora di carenze nell’acqua e nell’elettricità, mentre le attività dei pescatori locali sono state penalizzate dai grandi pescherecci cinesi e dalle aree interdette.

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Anche il movimento civile Haq Do Tehreek ha contribuito a bloccare più volte la zona portuale, manifestando contro il Cpec. Il porto, quindi, non è riuscito a trasformarsi nel motore commerciale annunciato e continua a rappresentare il divario tra le aspettative iniziali e i risultati ottenuti.


Industrializzazione solo sulla carta

La parte industriale del progetto procede soprattutto attraverso riunioni e nuovi documenti. Nell’agosto scorso il ministero della Pianificazione pakistano ha convocato la 92ª verifica sull’avanzamento del Cpec, guidata da Ahsan Iqbal. A gennaio 2026 il Consiglio per gli investimenti aveva comunicato l’ampliamento da sette a 44 delle zone economiche speciali approvate per la seconda fase.

L’annuncio comprendeva 37 nuovi siti, ma il dato non corrisponde a una crescita produttiva già visibile. Secondo le informazioni disponibili, soltanto il primo lotto della zona di Rashakai è vicino all’operatività. Nel frattempo, le autorità non riescono a garantire una fornitura elettrica stabile nemmeno alle aree già esistenti.

La scelta pakistana di puntare sulla capacità di generazione ha creato ulteriori squilibri. Le centrali di Sahiwal, Port Qasim e Hub bruciano carbone importato da Indonesia, Sudafrica e Australia, lasciando il Paese esposto ai costi dell’approvvigionamento estero.

I contratti prevedono inoltre pagamenti per la capacità disponibile anche quando l’elettricità non viene consumata. Una commissione governativa ha stimato che i costi di due impianti siano stati aumentati artificialmente di circa 3 miliardi di dollari, mentre l’Autorità del Cpec ha rilevato 32,46 miliardi di rupie di spese aggiuntive nella fase di avvio.


Sicurezza e rapporti commerciali

La protezione dei lavoratori cinesi è diventata un altro punto di rottura. Dal 2021 almeno 20 cittadini cinesi sono stati uccisi e più di 30 sono rimasti feriti. Pechino aveva chiesto di poter inviare propri addetti alla sicurezza; Islamabad era vicina ad accettare nel 2016, ma l’esercito bloccò l’ipotesi per mantenere il controllo sulle proprie competenze.

Le unità create in alternativa, tra cui la Divisione speciale per la sicurezza e l’Unità speciale di protezione, non hanno impedito nuovi attacchi. Il Pakistan, secondo la ricostruzione dei fatti, ha quindi trasformato un progetto commerciale in una questione militare senza riuscire a offrire una protezione efficace.

Nonostante le difficoltà del Cpec, la Cina continua a trarre vantaggi dagli scambi bilaterali. Il suo surplus commerciale supera i 16 miliardi di dollari: ogni anno esporta in Pakistan beni per circa 19,5 miliardi, mentre le vendite pakistane verso il mercato cinese valgono 2,68 miliardi. Pechino possiede inoltre quasi il 30 per cento del debito estero pakistano.

Questi risultati derivano soprattutto dal commercio e dai prestiti, non dalla redditività del corridoio. Un’eventuale proroga di cinque anni del rimborso del debito energetico alleggerirebbe i conti di Islamabad di circa 750 milioni di dollari all’anno, ma aggiungerebbe 1,3 miliardi di interessi e porterebbe i crediti cinesi a 16,6 miliardi entro il 2040.

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