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Attualità 3 min di lettura58 min fa

Cina contro Europa, il verdetto di Zhang: «Leadership Ue molto debole

L’intellettuale vicino al potere di Pechino difende il modello cinese, critica l’autonomia europea e mette in guardia da una guerra commerciale.

L’Europa dovrebbe smettere di cercare l’approvazione di Washington e puntare su una maggiore autonomia. È questa la tesi di Zhang Weiwei, docente di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, secondo cui il continente si trova in una posizione strategica fragile e dispone di una classe dirigente non all’altezza delle sfide attuali.

Il professore ne ha parlato al Centro Studi Americani, durante un incontro promosso dal Berggruen Institute. Figura molto conosciuta in Cina, Zhang alterna l’attività accademica alla presenza in televisione e sui social, dove i suoi interventi raccolgono centinaia di milioni di visualizzazioni. Nel maggio 2021 aveva inoltre parlato davanti al vertice del Partito comunista cinese presieduto da Xi Jinping, affrontando il tema della capacità di Pechino di presentarsi al mondo.


Il modello cinese al centro del confronto

La lettura di Zhang parte dall’idea della Cina come “Stato-civiltà”: non soltanto un Paese moderno, ma l’unione tra un apparato statale di dimensioni enormi e una continuità politica e culturale che risale a migliaia di anni fa. Per sostenere questa interpretazione richiama l’unificazione del 221 avanti Cristo e la lunga tradizione degli esami destinati a selezionare i funzionari pubblici, introdotti circa 1.500 anni fa.

Da questa eredità, secondo il professore, deriverebbe anche il metodo con cui vengono scelti i dirigenti cinesi. Molti esponenti ai vertici avrebbero prima amministrato province con decine di milioni di abitanti, arrivando in alcuni casi a governare territori con oltre cento milioni di persone. Zhang considera quindi la leadership cinese “tra le più competenti al mondo” e giudica quella dell’Unione europea “molto debole”, sostenendo che il continente meriterebbe una guida più solida.

La sua posizione si contrappone alla visione che individua nelle istituzioni liberaldemocratiche il principale criterio per misurare la legittimità di un sistema politico. Nel confronto del 2011 con Francis Fukuyama, autore de “La fine della storia”, Zhang aveva difeso l’idea di percorsi differenti verso la modernizzazione. Oggi ricorda di avere previsto il fallimento dell’ottimismo legato alle Primavere arabe, l’esigenza di riformare anche il sistema statunitense e l’ascesa di un populismo capace di portare alla Casa Bianca un presidente più impopolare di George W. Bush.


Europa divisa tra Pechino e Washington

Sul piano geopolitico, Zhang sostiene che la Cina abbia sempre favorito l’integrazione europea e l’indipendenza del continente. A suo giudizio, invece, sarebbe stata l’Europa a rinunciare progressivamente a una parte della propria autonomia, fino a esporsi alla competizione tra Stati Uniti e Cina senza riuscire a difendere con chiarezza i propri interessi.

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Il professore richiama anche le parole di Emmanuel Macron sul rischio per l’Europa di trasformarsi in una sorta di vassallo degli Stati Uniti. Quanto a Donald Trump, Zhang interpreta il suo atteggiamento come una preferenza per gli Stati e i dirigenti più forti, citando il rispetto mostrato dal presidente americano verso Vladimir Putin e verso la classe dirigente cinese. Per questo, sostiene, l’Unione europea non dovrebbe concentrarsi sulla ricerca del favore di Washington.

La stessa impostazione emerge nel giudizio sulla guerra in Ucraina. Zhang riprende la posizione di Pechino secondo cui l’espansione della Nato avrebbe contribuito in modo decisivo all’apertura del conflitto e considera irrazionale l’ipotesi, discussa in alcuni Paesi europei, di prepararsi a uno scontro con la Russia entro la fine del decennio.


Il commercio resta il nodo più delicato

Nel rapporto economico tra Cina e Unione europea, Zhang riconosce l’esistenza di un forte squilibrio a favore delle esportazioni cinesi, ma invita a leggere il dato in modo più articolato. Una parte delle merci prodotte in Cina e poi vendute in Europa, osserva, proviene da aziende europee, soprattutto del settore automobilistico.

Secondo il professore, inoltre, il quadro cambia se si includono gli scambi di servizi e i profitti realizzati dalle imprese europee in Cina. In questo campo, Pechino registrerebbe infatti un disavanzo nei confronti dell’Unione. La posizione cinese, spiega Zhang, non sarebbe quella di mantenere stabilmente un avanzo o un deficit, bensì di ampliare i vantaggi per entrambe le parti.

Il rischio maggiore sarebbe dunque una guerra commerciale, che danneggerebbe sia il mercato cinese sia quello europeo. Zhang la definisce “semplicemente stupida” e invita i due blocchi a concentrarsi sulla crescita degli scambi, invece di alimentare una contrapposizione destinata a ridurre le opportunità reciproche.

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