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Attualità 5 min di lettura6 ott

Chris Rock e Sam Altman: quando nessuno sa più fare domande

Una regola sul denaro, un’interruzione imbarazzante e due interviste americane mostrano quanto sia diventato raro svolgere bene il proprio mestiere.

Chris Rock racconta di aver lasciato in carcere per diciannove anni il fratello di un amico, accusato a suo giudizio di un omicidio mai commesso. Avrebbe potuto pagare un avvocato per tentare di farlo liberare, ma ha scelto di non farlo: quando qualcuno gli chiede aiuto economico, sostiene, è disposto a coprire cure mediche, mutui e spese precise. Gli avvocati, invece, no: una volta cominciato, non sai mai dove finisca il conto.

La regola è brutale e resta quasi senza esame. L’intervistatore non gli domanda se quella scelta gli pesi, né come si possa conciliare con il tema del perdono di cui stavano parlando. È uno di quei momenti in cui una risposta apre una storia enorme e chi conduce lascia che si chiuda da sola.


Rock domina una conversazione debole

Chris Rock è nato in condizioni molto modeste, ha frequentato la scuola fino alla terza media e ha costruito la propria carriera lontano dall’ambiente in cui è cresciuto. Quando parla degli amici, ricorda all’intervistatore che le rispettive esperienze non sono paragonabili: per lui, gli “amici problematici” sono persone finite in prigione.

Nella conversazione con David Marchese, uno dei conduttori del formato del New York Times, Rock prende spesso il controllo. Accusa il giornale di interpretare ogni questione attraverso lo schema destra-sinistra e di non riuscire a leggere le situazioni più articolate; cita anche il caso di Bill Burr, i cui spettacoli di successo non sarebbero stati recensiti perché difficili da collocare in una precisa tifoseria politica.

Marchese reagisce soprattutto ridendo. Rock, intanto, promuove un film che ha diretto, pur ammettendo di valutare l’ipotesi di abbandonare i monologhi per concentrarsi sul cinema. Nessuno gli chiede perché voglia lasciare il campo nel quale eccelle per dedicarsi a uno in cui i risultati sono stati molto meno significativi.


Altman inciampa sulla domanda più delicata

Sam Altman si trova in una posizione opposta. Non deve soltanto presentarsi al pubblico: è uno dei volti principali dell’intelligenza artificiale e viene spesso associato ai rischi di ChatGPT. In una conversazione con Mark Guiducci, direttore di Vanity Fair, appare poco brillante sul piano verbale; alla richiesta di associare una parola a Trump risponde con l’aggettivo «potente». Su Elon Musk, invece, trova una formula più incisiva, osservando che i prepotenti rispettano soltanto chi li affronta fisicamente.

Il passaggio più difficile arriva quando Guiducci cita Laura Reiley e il caso raccontato ad agosto dell’anno scorso dal New York Times: la figlia della giornalista si era tolta la vita lasciando un messaggio scritto con l’aiuto di ChatGPT. La domanda viene introdotta con cautela, precisando che non si attribuiva all’intelligenza artificiale la responsabilità del suicidio.

A quel punto una voce femminile, proveniente da fuori dall’inquadratura, invita a spostarsi sui temi legati al futuro perché il tempo sta per scadere. Altman prova a restare qualche minuto in più e a rispondere, ma l’addetta stampa insiste: devono andarsene entro due minuti. Le telecamere registrano tutto, compreso il disagio del fondatore di OpenAI.

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Il pubblico vede anche gli errori

L’episodio avrebbe avuto un effetto diverso in un’intervista destinata soltanto alla carta. Un ufficio stampa che interrompe una conversazione avrebbe danneggiato il lavoro del giornalista; in questo caso, invece, la scena diventa immediatamente materiale per i rilanci sui social. Guiducci cerca di non mostrare quanto l’incidente possa essere utile alla promozione del programma, mentre Altman resta quello che sembra voler rimediare.

La situazione ricorda un episodio vissuto dall’autore con Stella McCartney, allora molto incinta. L’addetta stampa aveva imposto di non rivolgere altre domande su Paul McCartney, altrimenti l’incontro sarebbe terminato; McCartney si era allontanata con il pretesto di dover andare in bagno, evitando di assistere alla discussione.

I due incontri americani condividono una formula costruita in due momenti. Il primo colloquio viene registrato e montato per la rivista, mentre una seconda parte può essere pubblicata in seguito sul sito, spesso con maggiore attualità rispetto al materiale finito nell’edizione cartacea. Nel caso di Altman, la prima registrazione dura quarantanove minuti e segue l’impostazione di un podcast: due primi piani, un’inquadratura larga, microfoni professionali e un tavolino al centro.


Due interviste, lo stesso fallimento

Il New York Times propone ogni venerdì un’intervista lunga, disponibile sia in video sia come trascrizione, all’interno di The Interview. Vanity Fair presenta invece Fair Game, con Guiducci alla conduzione; Altman è stato scelto anche per la copertina dedicata al nuovo establishment, fotografato di spalle da Annie Leibovitz mentre guarda l’orizzonte, con il titolo “Sam Altman vede il futuro”.

Le due conversazioni partono da presupposti differenti. Rock è un comico arrivato per promuovere un film e non deve dimostrare di essere un pensatore: se offre osservazioni acute, il risultato è un guadagno inatteso. Altman, invece, deve affrontare il sospetto che circonda il settore che rappresenta e dimostrare di saper sostenere una conversazione pubblica.

A unirli restano alcune frasi di rito, come l’idea che i figli vengano prima di tutto. Altman arriva a dire che, tra la sopravvivenza dell’umanità e il valore della propria azienda, sceglierebbe di evitare l’estinzione; Rock, probabilmente, riconoscerebbe subito l’assurdità comica di una dichiarazione simile.

Il problema, dunque, non è soltanto ciò che dicono gli intervistati. È anche l’incapacità di chi li ascolta di capire quando una risposta contiene una contraddizione, una colpa o una storia capace di cambiare il senso dell’incontro. Rock lascia sul tavolo una vicenda enorme senza essere incalzato; Altman viene interrotto proprio mentre affronta il tema più sensibile. E nessuno sembra più sapere quale sia la cosa giusta da fare.

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