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Caso Mansouri, la svolta per Cinturrino: niente ergastolo, ora il gup

La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex agente, ma senza l’aggravante della premeditazione che gli avrebbe impedito il rito abbreviato.

La rimozione dell’aggravante della premeditazione cambia il possibile esito giudiziario per Carmelo Cinturrino: l’ex poliziotto non è più esposto al rischio dell’ergastolo e può valutare la richiesta di rito abbreviato. La Procura di Milano ha comunque chiesto che venga processato per omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni.

La decisione passa ora al giudice per l’udienza preliminare, chiamato a stabilire se mandare l’ex agente a processo. Cinturrino si trova in carcere dal 23 febbraio scorso, dopo i fatti avvenuti nel boschetto di Rogoredo il 26 gennaio.

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La contestazione resta quella di omicidio

Secondo l’accusa, durante un intervento antidroga Cinturrino avrebbe colpito alla testa Mansouri, conosciuto con il soprannome di Zack, sparando da circa 31 metri. In seguito, sempre secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe cercato di alterare la scena per sostenere la tesi della legittima difesa.

La Procura gli attribuisce un’intenzione omicida maturata anche alla luce di minacce che l’ex poliziotto avrebbe rivolto in precedenza alla vittima. Tra le frasi citate negli atti ci sono: «O ti arresto o ti ammazzo» e «Mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo». L’accusa considera inoltre il fatto aggravato dalla violazione dei doveri legati alla funzione pubblica.

La scelta di non contestare più la premeditazione produce un effetto decisivo sul piano processuale. Finché quell’aggravante era rimasta in piedi, Cinturrino non avrebbe potuto accedere al giudizio abbreviato; ora, invece, potrà chiedere che il procedimento venga definito con quel rito davanti al gup.

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La difesa insiste sulla fatalità

L’ex assistente capo della Polizia ha respinto l’ipotesi di un omicidio pianificato anche nell’interrogatorio del 6 ottobre. In quell’occasione ha sostenuto di non avere voluto uccidere Mansouri: «Quell’uomo doveva essere arrestato ma non meritava la morte. Io non volevo ucciderlo».

I suoi legali hanno collegato la dinamica del colpo alla tesi dell’assenza di un piano preordinato. A loro avviso, la distanza di 31 metri, l’esplosione di un solo colpo e la richiesta di aiuto ai colleghi otto minuti prima dello sparo sarebbero elementi incompatibili con un omicidio preparato in anticipo.

La versione fornita da Cinturrino descrive l’accaduto come una tragica fatalità. Il successivo tentativo di depistaggio, secondo la stessa impostazione difensiva, sarebbe stato un comportamento maldestro per ridurre le proprie responsabilità e scongiurare conseguenze giudiziarie più gravi.

Rimane infine separato il procedimento che coinvolge Cinturrino insieme ad altri sei colleghi. In quel fascicolo si indaga su presunti arresti illegali, richieste estorsive e pestaggi collegati a denaro e droga.

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