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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Caso Garlasco, la rabbia in casa Sempio e il nodo delle intercettazioni

Le conversazioni registrate nel 2025 mostrano le reazioni della famiglia di Andrea Sempio tra accuse, reperti contestati e dubbi sulle indagini

Le conversazioni registrate nella casa della famiglia Sempio restituiscono il clima vissuto dai parenti di Andrea Sempio dopo il suo nuovo coinvolgimento nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco. Tra rabbia, domande sui reperti e contestazioni alle attività investigative, le trascrizioni raccolgono diversi momenti del 2025.


La protesta sulle misure del figlio

A ottobre Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, si concentra sugli accertamenti antropometrici effettuati sul figlio. La donna contesta il fatto che le misure siano state rilevate a distanza di vent’anni dai fatti e sottolinea come il suo peso sia cambiato nel tempo.

Nel suo ragionamento richiama anche Alberto Stasi, chiedendosi perché gli stessi controlli non siano stati eseguiti su di lui. L’unico dato fisico rimasto invariato, secondo Ferrari, sarebbe il numero di scarpe: «Aveva il 44 all’epoca e ce l’ha ancora adesso».


La rabbia esplode nelle intercettazioni

In un’altra conversazione, la madre reagisce con parole molto dure alla nuova accusa rivolta al figlio. «Maledetta Chiara, i Poggi e chi non li fa morire… maledetta», afferma Daniela Ferrari, mentre Andrea Sempio si trova nuovamente al centro dell’indagine.

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Le registrazioni comprendono anche un dialogo del 2 novembre 2025 tra Giuseppe Sempio e il figlio. Il padre domanda ad Andrea se una chiavetta fosse stata nel computer, ma il giovane nega di averne avuta una e, secondo la trascrizione, alza la voce: «No, io non avevo chiavette». Poco dopo insiste sullo stesso punto, chiedendo a chi si riferisca il discorso e ribadendo di non aver posseduto alcuna memoria esterna.


I dubbi su Garofano e sull’impronta

A settembre 2025 Daniela Ferrari parla inoltre di Luciano Garofano, Tizzoni e Capra. Secondo la sintesi riportata dagli investigatori, la donna ritiene che Garofano e Tizzoni temano l’emergere di una ricostruzione diversa da quella della colpevolezza di Stasi e si domanda per quale motivo dovrebbero avere timori se il lavoro svolto all’epoca fosse stato corretto.

Ferrari critica anche il ruolo attribuito all’impronta numero 33 nell’incidente probatorio. A suo giudizio, quel reperto non sarebbe pertinente rispetto all’accusa rivolta al figlio, incentrata invece sul Dna. Le intercettazioni, raccolte in mesi diversi, documentano così le contestazioni della famiglia su elementi dell’inchiesta e sulle modalità con cui sono stati eseguiti alcuni accertamenti.

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