Casa, spesa e salari: il conto che pesa su Trump
Mutui oltre il 7%, rincari accumulati dal 2020 e buste paga in affanno: l’economia americana mostra segnali di disagio nonostante l’inflazione in rallentamento.
Il peso dei mutui, ormai oltre il 7%, rende sempre più difficile per molte famiglie statunitensi acquistare casa. È uno dei motivi per cui il rallentamento dell’inflazione non si traduce in un sollievo immediato: il livello raggiunto dai prezzi continua a condizionare le decisioni e il bilancio degli elettori.
Secondo Stephen Weymouth, economista della Georgetown University di Washington, «gli elettori sono diventati incredibilmente impazienti e sconcertati dall’inflazione». La dichiarazione, raccolta dal Wall Street Journal, fotografa il malessere legato soprattutto alle spese quotidiane e all’accesso alla casa.
Il mutuo resta fuori portata
L’aumento dei rendimenti dei titoli pubblici può apparire distante dalla vita di tutti i giorni, ma il suo effetto si riflette nei finanziamenti immobiliari. Con interessi superiori al 7%, la sostenibilità economica dell’acquisto di un’abitazione si è deteriorata e il costo complessivo delle case ha raggiunto livelli record.
La difficoltà non riguarda soltanto chi sta cercando di comprare casa. Anche le famiglie già indebitate devono fare i conti con rate e spese elevate, in un contesto nel quale il reddito disponibile non cresce abbastanza per compensare l’aumento generale dei costi.
Sei anni di rincari sulle famiglie
L’inflazione annua è scesa al 3,4%, ma il dato recente non restituisce l’intera dimensione del problema. Dal 2020 i prezzi dei beni di uso comune sono aumentati complessivamente del 30%, mentre alcune voci hanno registrato incrementi ancora più marcati.
Per mantenere un’automobile, pagare l’asilo nido o acquistare carne bovina, carta da cucina e caffè le famiglie spendono più della media indicata dagli indici. A ciò si aggiunge la sanità pagata direttamente dai cittadini: le spese non rimborsate dalle assicurazioni sono salite del 47% dal 2020.
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Buste paga in ritardo
Il rallentamento dei prezzi su base mensile incide poco sulla percezione dei consumatori, che devono invece adattarsi a un nuovo livello permanente dei costi. Da sei mesi l’incremento medio delle retribuzioni orarie è più contenuto rispetto all’inflazione, con una conseguente riduzione del potere d’acquisto.
A settembre, ultimo mese disponibile prima delle elezioni, le paghe sono cresciute del 3% su base annua. La dinamica alimenta il disagio dell’economia a K, caratterizzata da una distanza crescente tra gruppi sociali e fasce di reddito.
Il lavoro rallenta ancora
A settembre sono state aggiunte appena 29mila buste paga, mentre le stime sui due mesi precedenti sono state corrette complessivamente al ribasso di 60mila posti. Il dato segnala un mercato meno capace di offrire opportunità sia ai giovani sia ai lavoratori più anziani.
Le assunzioni nette si sono concentrate soprattutto nella sanità, nelle costruzioni — dove molti impieghi sono temporanei — e nell’industria manifatturiera. Il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,2%, ma la misura risente dell’uscita dal mercato del lavoro di immigrati e pensionati appartenenti alla generazione del boom demografico. Non emerge, per ora, un allarme recessione; il quadro resta però più fragile di quanto suggeriscano i comunicati celebrativi della Casa Bianca.
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