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Attualità 3 min di lettura16 min fa

Carnet Smart addio: il pendolare rischia fino a 1.400 euro in più

Dal 1° novembre Trenitalia elimina i carnet da dieci viaggi: abbonamenti e prenotazioni obbligatorie fanno aumentare il conto per chi viaggia solo alcuni giorni al mese.

Per chi percorre la tratta Torino-Milano senza andare in ufficio ogni giorno, la cancellazione dei carnet Smart rischia di trasformarsi in un pesante aggravio annuale. Trenitalia ha annunciato lo stop con appena 14 giorni di preavviso: dal 1° novembre non sarà più possibile acquistare la formula da dieci corse in classe Standard su Frecciarossa e Frecciargento.

La misura colpisce soprattutto pendolari non quotidiani, studenti, precari e lavoratori con orari flessibili. Secondo Avs, la scelta spinge una parte degli utenti verso abbonamenti sovradimensionati o verso i treni regionali, con tempi di viaggio molto più lunghi.

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Il conto cresce nonostante lo sconto

Sulla linea Torino-Milano, il carnet era arrivato a costare 139 euro, contro i 99 euro del 2024: in poco tempo il prezzo era quindi salito di circa il 40%. La soluzione proposta ora da Trenitalia appare meno onerosa soltanto in partenza, perché l’abbonamento mensile è stato ridotto da 374 a 294 euro.

A incidere sul prezzo finale è però la prenotazione obbligatoria, che costa 2 euro per ogni biglietto. In base ai calcoli riportati da Avs, chi effettua cinque viaggi al mese arriverebbe a spendere 175 euro in più, pari a un incremento del 126% rispetto al carnet da 139 euro. Con dieci viaggi, invece, il costo passerebbe da 278 a 334 euro, con una differenza di 56 euro.

L’impatto complessivo stimato varia dai 600 ai 1.900 euro in più all’anno. Per una persona che si sposta tra Torino e Milano due volte alla settimana, l’esborso aggiuntivo potrebbe raggiungere 1.400 euro: una cifra paragonabile a diversi stipendi mensili per chi ha un reddito basso o discontinuo.


Pendolari occasionali senza una formula adatta

Il carnet da dieci corse rispondeva alle esigenze di chi doveva raggiungere l’ufficio cinque o dieci volte al mese, oppure comunque non più di tre giorni alla settimana. Per questi utenti l’abbonamento mensile risulta sproporzionato, mentre il nuovo sistema impone un costo aggiuntivo anche quando gli orari di lavoro non consentono di pianificare in anticipo il viaggio di andata e quello di ritorno.

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La società ferroviaria ha motivato la decisione richiamando il ridimensionamento del lavoro da remoto dopo la fase più intensa della pandemia. La critica di Avs è che studenti, giovani precari e lavoratori in modalità agile non siano scomparsi e continuino ad avere bisogno di un’offerta intermedia tra il singolo biglietto e l’abbonamento completo.


L’alta velocità resta difficile da prenotare

A complicare il quadro c’è anche la disponibilità limitata di posti sui treni ad alta velocità. Nelle fasce di punta, sostiene Avs, trovare una prenotazione in classe Standard può essere già complicato: eliminare i carnet senza aumentare l’offerta rischia dunque di spostare gli utenti sui regionali, non di risolvere il problema degli spostamenti.

Per chi sceglie questa alternativa, il prezzo da pagare sarebbe soprattutto il tempo. I collegamenti regionali possono richiedere il doppio della durata, penalizzando persone che devono lavorare, studiare o rientrare entro orari precisi. La contestazione politica è che, invece di incrementare i posti disponibili, Trenitalia stia trasferendo sui pendolari occasionali il peso della carenza di treni.


L’interrogazione contro la decisione

Avs ha definito la cancellazione una scelta classista e dannosa sul piano ambientale, chiedendo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di intervenire. Il partito ha inoltre presentato un’interrogazione parlamentare sulla misura e sulle alternative disponibili per gli utenti interessati.

Nel motivare l’iniziativa, il promotore dell’interrogazione ha accusato il ministro Matteo Salvini di essere il «peggior Ministro delle infrastrutture dai tempi dell’invenzione della ruota». La critica si inserisce in un quadro segnato dall’aumento del costo della vita, dell’energia, dei carburanti e dei beni essenziali: secondo Avs, rendere più caro il treno significa penalizzare proprio chi dovrebbe essere incentivato a preferire il trasporto ferroviario.

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