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Attualità 5 min di lettura50 min fa

Carburanti oltre i 2 euro: chi rischia di più e perché

Per milioni di famiglie l’auto non è una scelta, ma l’unico collegamento con lavoro, scuola e servizi: i rincari possono ampliare rapidamente la platea in difficoltà.

Muoversi non dovrebbe significare dipendere per forza da benzina e gasolio, ma per molte famiglie italiane questa è ancora la realtà quotidiana. Dove autobus poco frequenti e stazioni ferroviarie lontane non consentono di raggiungere facilmente lavoro, scuola o servizi, rinunciare all’automobile non è un’opzione concreta.

La risposta, secondo la ricerca realizzata da Tessa, società derivata dell’Università degli Studi della Tuscia per Transport & Environment (T&E), passa da due direzioni: sostegni immediati per i nuclei più esposti e investimenti capaci di offrire alternative reali. L’obiettivo è evitare che la transizione verso una mobilità meno dipendente dai combustibili fossili lasci indietro proprio chi ha meno risorse.

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Alternative ancora troppo diseguali

Nel breve periodo, il rapporto indica aiuti economici temporanei e selettivi. L’ipotesi suggerita è diversa da un sostegno generalizzato al prezzo dei carburanti o da una riduzione indistinta delle accise, misure che finirebbero per distribuire le risorse senza concentrarle sulle famiglie più vulnerabili.

Sul fronte strutturale, gli autori propongono di rendere più accessibili le automobili a zero emissioni, potenziare le colonnine di ricarica e migliorare il trasporto pubblico. Nelle zone meno servite vengono citati anche abbonamenti a tariffa ridotta e servizi di trasporto a chiamata.

L’accesso alla mobilità elettrica, tuttavia, resta legato al reddito. Nei comuni con il reddito medio più basso si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille residenti; nei territori più ricchi il dato arriva a 7,76, oltre cinque volte tanto. Perciò l’elettrificazione, da sola, non elimina l’esposizione ai rincari se acquisto dell’auto e ricarica rimangono fuori dalla portata di una parte della popolazione.


Quando l’auto diventa indispensabile

Il problema non coincide soltanto con la difficoltà di pagare un pieno. La cosiddetta povertà dei trasporti comprende anche l’assenza di collegamenti utilizzabili per arrivare nei luoghi essenziali della vita quotidiana. È in questo contesto che si parla di “possesso forzato dell’auto”: anche un nucleo con disponibilità limitate può essere costretto a mantenere un veicolo privato.

Lo studio, pubblicato il mese scorso con il titolo tradotto “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: dati, mappatura e opzioni di intervento”, mette in relazione le spese familiari rilevate dall’Istat con redditi, automobili presenti, emissioni e accessibilità dei servizi. Nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie, pari al 18,46 per cento del totale, hanno destinato alla mobilità una quota superiore al doppio del valore mediano nazionale.

Un indicatore più ristretto riguarda circa 643mila nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi. Per queste famiglie, la spesa mensile per benzina e gasolio supera il doppio della mediana nazionale. Le due misure non vanno sovrapposte: la prima considera il peso complessivo degli spostamenti, la seconda individua l’esposizione specifica dei redditi bassi al costo del carburante.


Rincari e territorio cambiano il conto

Il 14 ottobre 2026, sulla rete stradale italiana, il prezzo medio in modalità fai da te risultava pari a 2,035 euro al litro per la benzina e a 2,252 euro per il gasolio, secondo l’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il valore alla pompa, però, non descrive da solo la pressione sui bilanci: incidono anche il reddito, i chilometri necessari e la presenza di alternative.

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Nel complesso, durante il 2024 una famiglia italiana ha speso mediamente 297 euro al mese per i trasporti, vale a dire il 10,78 per cento della spesa totale. Il dato comprende tutti i nuclei e non soltanto quelli in condizioni di difficoltà, ma aiuta a misurare il peso ordinario della mobilità domestica.

Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è 0,50 nelle città metropolitane e 0,90 nei comuni sotto i cinquantamila abitanti. La differenza suggerisce che nei centri con collegamenti meno capillari anche i nuclei meno abbienti debbano spesso sostenere il costo di un’auto.

La ricerca segnala 766 comuni, equivalenti al 9,7 per cento del totale, nei quali raggiungere occupazione e servizi fondamentali risulta particolarmente difficile. Si tratta soprattutto di aree interne, montane e insulari, dove le distanze e la scarsità dei collegamenti riducono le possibilità di scelta.

La frattura, quindi, non passa soltanto tra Nord e Sud. Nei comuni sotto i cinquantamila abitanti la quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante raggiunge il 3 per cento; nelle periferie e negli altri comuni sopra quella soglia scende al 2,1 per cento, mentre nelle città metropolitane si ferma all’1,4 per cento. Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia figurano tra le regioni più esposte.

Nei piccoli comuni, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva dei nuclei vulnerabili. Il valore è del 6,4 per cento nelle periferie e nei centri con più di cinquantamila abitanti, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.

Le simulazioni del rapporto mostrano quanto rapidamente il fenomeno potrebbe allargarsi. Un aumento dei prezzi del 26,82 per cento in sei mesi farebbe salire di 27,43 euro mensili la spesa media per il carburante e porterebbe altre 1,62 milioni di famiglie oltre la soglia di vulnerabilità.

Con un incremento del 34,77 per cento nell’arco di dodici mesi, l’esborso medio crescerebbe di 35,57 euro al mese e i nuclei aggiuntivi oltre la soglia sarebbero circa 2,07 milioni. Nello scenario più severo, costruito sulla distanza storica tra il prezzo massimo e quello minimo, un rialzo del 96,1 per cento produrrebbe un aggravio medio di 98,30 euro mensili e coinvolgerebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più.

Si tratta di esercizi basati sull’andamento passato, non di previsioni sui futuri listini. Il loro significato è mostrare che l’intensità del rincaro può trasformare una difficoltà circoscritta in una condizione molto più estesa, soprattutto nei territori dove l’automobile non ha sostituti praticabili.

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