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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Brexit, la maggioranza è cambiata: il conto economico resta

Cinque milioni di elettori del referendum non ci sono più, mentre i nuovi maggiorenni guardano all’UE: intanto Londra paga costi e burocrazia dell’uscita.

La maggioranza che nel 2016 spinse il Regno Unito fuori dall’Unione Europea oggi non esiste più nella stessa forma. Nel frattempo, però, gli effetti economici di quella scelta continuano a pesare: meno scambi, più pratiche e un prodotto interno lordo stimato più basso rispetto allo scenario di permanenza nell’UE.


Il voto che si è trasformato

Cinque milioni di persone che parteciparono al referendum non sono più in vita. Seguendo le proporzioni registrate allora, il cambiamento ha cancellato 3,2 milioni di voti favorevoli all’uscita e 1,8 milioni contrari. Il vantaggio del Leave, che nel 2016 era stato di appena 1,2 milioni di preferenze, viene così ridimensionato dalla trasformazione demografica.

Dal referendum a oggi, inoltre, circa tre milioni di giovani hanno raggiunto l’età per votare. Le rilevazioni indicano che tre quarti di questa fascia sosterrebbero un eventuale ritorno del Regno Unito nell’UE. La frattura anagrafica era già evidente al momento del voto: il Leave prevaleva tra gli over 50, mentre il Remain risultava più forte tra i più giovani. L’affluenza degli elettori tra 65 e 74 anni arrivò all’81 per cento, contribuendo a determinare l’esito finale.


Il conto invisibile dell’uscita

L’addio all’UE ha significato anche abbandonare il mercato unico europeo, un’area commerciale che riunisce oltre 440 milioni di persone. Non sono comparsi dazi generalizzati, ma il ritorno del Regno Unito alla condizione di Paese terzo ha introdotto controlli, documenti e procedure che prima non erano necessari.

L’Office for Budget Responsibility ha mantenuto la stima secondo cui Brexit ridurrebbe del 4 per cento il prodotto interno lordo rispetto a quello che sarebbe stato il livello di lungo periodo con il Regno Unito ancora nell’Unione. Lo stesso organismo calcola inoltre una contrazione del 15 per cento negli scambi con gli altri Paesi. Il governo britannico ritiene invece modesto il contributo dei nuovi accordi commerciali: il patto più rilevante, quello siglato con l’India nel maggio 2025, aggiungerebbe appena lo 0,22 per cento al prodotto interno lordo.

Il problema principale non è quindi il dazio ufficiale, ma quello che si forma ai margini delle regole. Le nuove verifiche sanitarie sulle merci deperibili, la documentazione aggiuntiva e le ispezioni nei porti aumentano tempi e spese. L’Unione Europea continua a rappresentare il principale interlocutore commerciale britannico, con il 50,4 per cento del totale degli scambi.


La promessa della Gran Bretagna globale

I sostenitori dell’uscita immaginavano una Gran Bretagna più libera di stringere relazioni economiche con il resto del mondo. Londra ha dovuto però rinegoziare uno per uno gli accordi di cui beneficiava come membro dell’UE, spesso ottenendo condizioni simili o leggermente peggiori. A oggi manca ancora un’intesa di libero scambio con gli Stati Uniti, nonostante le promesse formulate da Donald Trump durante il suo primo mandato.

Un vantaggio separato si è visto nel confronto sui dazi introdotti durante la seconda presidenza Trump. Il Regno Unito ha raggiunto un’intesa nel maggio 2025, prima dell’accordo concluso dall’UE a luglio, ottenendo un’aliquota media del 10 per cento contro il 15 per cento applicato all’Unione. L’equilibrio è però tornato in discussione nel febbraio 2026, quando la Corte Suprema statunitense ha giudicato illegali quei dazi.

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Un’altra possibilità, ancora soltanto teorica, riguarda l’attrazione degli investimenti tecnologici grazie a regole diverse da quelle europee. Durante il governo di Rishi Sunak, Londra ha cercato di proporsi come centro europeo per l’intelligenza artificiale: ha annunciato un laboratorio pubblico da 40 milioni di sterline, pari a circa 46 milioni di euro, e tenta di attirare l’impresa emergente Anthropic dopo i suoi contrasti con l’amministrazione Trump.

Sunak aveva inoltre coinvolto la Cina nel primo vertice sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, organizzato nel novembre 2023. Nell’estate 2025, una delegazione britannica è stata invitata alla Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai.


Più ostacoli per imprese e clienti

Secondo il centro studi Regno Unito in cambiamento europeo, le nuove frizioni producono un effetto simile a un dazio del 13 per cento sui beni e del 21 per cento sui servizi. Proprio i servizi rappresentano il comparto che ha reagito meglio, anche perché molte aziende erano riuscite a prepararsi in anticipo alle nuove regole.

Per chi importa, tuttavia, la procedura è diventata più onerosa. Le imprese compilano moduli aggiuntivi, le merci attraversano una frontiera prima inesistente e i controlli possono rallentare le consegne. I costi finiscono spesso sui consumatori: agli acquisti effettuati dal Regno Unito possono aggiungersi l’IVA riscossa nel Paese di destinazione e le commissioni doganali.

La conseguenza è visibile anche nelle vendite culturali. L’autobiografia dell’ex primo ministro Boris Johnson, intitolata Unleashed, arrivò nelle librerie dell’Europa continentale settimane dopo la distribuzione britannica. I dividendi promessi dai sostenitori di Brexit, conclude Matteo Castellucci nel libro Britpop, non si sono ancora materializzati per i cittadini del Regno Unito.

Castellucci presenterà il volume mercoledì 30 settembre alle 18.30 alla libreria Libraccio di viale Romolo, a Milano, insieme a Cristina Marconi, Luca Misculin e Marilisa Palumbo. L’opera è pubblicata da Paesi edizioni, conta 154 pagine e costa 15 euro.

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