1.004notizie oggi
Attualità 5 min di lettura14 ott

Brevetti, dati e segreti: perché l’IA non basta all’intelligence

Marco Santarelli spiega perché l’intelligenza artificiale accelera l’analisi, ma non può sostituire fonti umane, presenza sul campo e fiducia tra gli Stati.

Proteggere le tecnologie decisive senza soffocare la ricerca: è questo, secondo Marco Santarelli, il nodo dei brevetti e dell’intelligenza artificiale. L’analista investigativo, consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence, sostiene che la rapidità con cui gli strumenti avanzati arrivano sul mercato imponga di riconoscere ciò che ha un valore strategico per il Paese.

Offerta del giorno15 ottobre

Douglas

Fino al -25% su Douglas via app

Scade domani
*******


La tecnologia espone anche i segreti industriali

Santarelli non propone di sottoporre la ricerca scientifica a un controllo generalizzato né di frenare l’innovazione. Il punto, nella sua analisi, è individuare e difendere le conoscenze decisive in ambiti come difesa, energia e telecomunicazioni, dove una fuga di informazioni può assumere una rilevanza che supera la singola impresa.

L’utilizzo senza adeguate garanzie delle piattaforme di intelligenza artificiale può infatti mettere a rischio codici, competenze tecniche e contenuti riservati. Per questo l’attenzione dovrebbe concentrarsi anche sulle tecnologie impiegate, sulla loro provenienza e sulla filiera che le sostiene, non soltanto sulla proprietà formale delle aziende.


La sovranità digitale è il vero campo di

La crescita degli strumenti informatici sta modificando anche gli equilibri della sicurezza digitale. Non basta più l’immagine dell’hacker isolato che, con risorse limitate, riesce a colpire un’organizzazione molto più grande: oggi sia la capacità di attacco sia quella di difesa richiedono potenza di calcolo, infrastrutture e investimenti considerevoli.

Di conseguenza, le capacità più sofisticate tendono a concentrarsi tra i soggetti in grado di sostenerne i costi. Santarelli invita quindi a rafforzare la sovranità tecnologica e a utilizzare in modo più incisivo il Golden Power, valutando non solo chi controlla un’impresa, ma anche quali strumenti strategici produce, da dove arrivano e quali dipendenze possono creare per lo Stato.


L’intelligenza artificiale non vede tutto

L’IA ha reso molto più semplice mettere in relazione dati, persone, aziende ed eventi disponibili pubblicamente. In pochi secondi può ricostruire profili e connessioni che in passato richiedevano software specializzati, competenze specifiche e giornate di lavoro. Tuttavia, questa capacità non coincide con lo spionaggio.

L’Osint, l’analisi aziendale e una verifica preventiva appartengono a piani diversi rispetto a spionaggio e controspionaggio. Un sistema può esaminare le tracce lasciate in rete, ma non stabilire se una persona sia stata inserita in un’organizzazione per sottrarre un brevetto: per arrivare a quel tipo di informazione servono fonti, informatori, presenza fisica e relazioni costruite nel tempo.


Più automazione, più valore alle fonti

Secondo Santarelli, l’intelligenza artificiale sta affiancando la Humint, cioè la raccolta di informazioni attraverso rapporti e reti umane, senza rimpiazzarla. La tecnologia è utile per verificare, aggregare e controllare grandi quantità di dati, ma non può sostituire ciò che nasce dall’osservazione diretta di un porto strategico, di un cavo sottomarino o di un sito industriale sensibile.

In quei contesti conta capire chi frequenta un luogo, con quali persone entra in contatto e quale scopo lo abbia portato lì. Inoltre, l’abbondanza di contenuti sintetici rende più difficile distinguere il vero dal manipolato: immagini e ricostruzioni possono essere alterate, mentre la loro diffusione può rispondere a interessi precisi. L’intelligence deve quindi interrogarsi anche sull’origine di un’informazione e su chi tragga vantaggio dalla sua circolazione.


Dati più ricchi dopo l’era dei social

Il salto rispetto alla prima stagione dei social network riguarda soprattutto la qualità dell’elaborazione. Facebook ha contribuito a raccogliere enormi quantità di dati su gusti, abitudini e comportamenti; oggi quelle basi informative possono essere combinate per individuare relazioni e costruire modelli più complessi.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

La rapidità dell’automazione rende il processo meno visibile a chi utilizza i servizi. L’utente non si limita più a lasciare singole tracce: queste vengono riunite, interpretate e trasformate in schemi capaci di descrivere comportamenti e collegamenti.


Il caso Anthropic e il peso della narrazione

Santarelli considera significativo anche il caso Anthropic, legato alle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon. A suo giudizio, la vicenda ha assunto un rilievo particolare perché l’uscita del ricercatore, accompagnata da un allarme sui rischi dei sistemi più avanzati, è stata seguita dal riconoscimento del problema da parte dei vertici dell’azienda.

L’analista non presenta questo sviluppo come la prova di una pianificazione. Sottolinea però che la sequenza degli avvenimenti ha accresciuto l’attenzione pubblica sui pericoli dell’intelligenza artificiale e mostra quanto sia importante osservare, insieme alla tecnologia, anche il racconto costruito attorno a essa.


L’Europa cerca una formula realistica

L’ipotesi di un’intelligence europea centralizzata resta, per Santarelli, soprattutto un obiettivo politico difficile da trasformare in struttura operativa. Nei singoli Paesi la circolazione delle informazioni è regolata da procedure, livelli di segretezza e responsabilità definite; trasferire lo stesso meccanismo a ventisette Stati renderebbe ancora più delicata la gestione delle informazioni.

Il problema principale non sarebbe aprire un ufficio a Bruxelles, ma capire quali dati i servizi nazionali sarebbero pronti a condividere davvero. Reti, fonti, capacità operative e segreti considerati essenziali per la sicurezza di uno Stato difficilmente verrebbero messi a disposizione di un organismo comune in tempi brevi.


Più collaborazione, non un unico servizio

Una cooperazione più stretta tra apparati nazionali appare quindi una strada più concreta. Finanziamento del terrorismo, flussi economici oltre confine, criptovalute e alcune minacce informatiche sono settori nei quali gli interessi europei coincidono e consentono di aumentare lo scambio di informazioni.

Il modello Five Eyes mostra però che la condivisione dipende da una fiducia politica costruita nel tempo. Anche alcuni gruppi ristretti di servizi europei collaborano già su obiettivi complessi, tra cui Russia e Cina: per questo, secondo Santarelli, sarebbe più realistico procedere attraverso cerchi di fiducia e missioni comuni, anziché creare dall’alto un apparato unico.


La sfida è distinguere il vero

La diffusione di strumenti capaci di produrre e combinare contenuti modifica dunque sia il lavoro analitico sia le vulnerabilità degli Stati. L’intelligenza artificiale può ampliare enormemente la capacità di leggere dati pubblici, ma non garantisce da sola l’autenticità delle informazioni né l’accesso ai segreti custoditi da organizzazioni e governi.

Il fattore umano resta indispensabile per verificare le intenzioni, comprendere i rapporti sul terreno e proteggere ciò che possiede un valore strategico. La tecnologia accelera la ricerca; la fiducia, le fonti e la presenza diretta continuano a determinare la qualità dell’intelligence.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere