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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Brasile, il voto di Bolsonaro può spezzare l’asse dei Brics

La sfida tra Flávio Bolsonaro e Lula si intreccia con gli equilibri latinoamericani e con la strategia statunitense verso Cina, Russia e risorse energetiche

Il controllo dell’energia venezuelana e l’eventuale ingresso del Brasile nell’area politica di Donald Trump delineano una strategia fondata più sulla pressione economica che sull’intervento militare. In questa prospettiva, il risultato brasiliano potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini nazionali.

La partita riguarda infatti anche il futuro dei Brics e il peso di Washington nell’America Latina. Il Brasile, per popolazione, risorse e posizione geopolitica, rappresenta il principale obiettivo ancora conteso nello scacchiere regionale.


Caracas al centro della strategia energetica

In Venezuela, dopo il terremoto del 24 giugno che avrebbe causato oltre 6.000 vittime, l’amministrazione statunitense avrebbe scelto di sostenere un assetto politico dipendente da Washington. Il progetto ruoterebbe attorno a Delcy Rodriguez e Diosdado Cabello, indicati come figure vicine ai vertici del potere venezuelano dopo l’incertezza sulle sorti di Maduro, seguita al blitz notturno di gennaio.

Le riforme approvate dal governo avrebbero aperto alle compagnie statunitensi un accesso quasi completo alle riserve petrolifere del Paese. Gli investimenti annunciati consentirebbero così agli Stati Uniti di consolidare il proprio controllo sulle risorse energetiche dell’area, evitando i costi e i rischi di un’occupazione militare prolungata.


Il Brasile è il bersaglio decisivo

L’Argentina di Javier Milei ha rappresentato, nella lettura dello schieramento vicino a Trump, la caduta della “Regina”. Il Brasile sarebbe invece il “Re”: una sua eventuale adesione all’area politica statunitense indebolirebbe il gruppo composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Una vittoria di Flávio Bolsonaro al secondo turno del 25 ottobre offrirebbe a Trump l’occasione di ridimensionare l’organizzazione e di colpire indirettamente Cina e Russia. La sconfitta di Lula potrebbe inoltre riaprire il confronto sul giudice Alexandre de Moraes, vicepresidente del STF, che aveva condannato Jair Bolsonaro e che il suo clan considera da tempo un obiettivo di vendetta politica.


Una regione sempre più allineata

Nel resto del continente, Colombia e Bolivia vengono descritte come sempre più vicine agli interessi statunitensi. Dopo l’affermazione di de la Espriella, Bogotá avrebbe ripristinato i rapporti diplomatici e commerciali con Israele, con Gerusalemme destinata a ospitare la nuova ambasciata; in Bolivia, invece, Washington avrebbe sostenuto Rodrigo Paz e favorito l’arresto del procuratore generale Mariaca, impegnato in un’indagine sui finanziamenti illeciti riconducibili alla lobby vicina a Trump.

Le proteste delle popolazioni indigene, che rappresenterebbero il 50% degli abitanti boliviani, continuano intanto ad alimentare una contrapposizione interna. Perù, Ecuador, El Salvador, Honduras e Guatemala completano un fronte regionale indicato come dipendente dagli Stati Uniti, mentre il Nicaragua di Daniel Ortega e della moglie resta isolato, con l’eccezione dei rapporti con la Cina.

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La repressione nicaraguense, secondo il quadro delineato, avrebbe provocato quasi 600 morti durante le proteste del 2018. Le sanzioni statunitensi avrebbero poi aggravato una situazione sociale già segnata da povertà estrema e violenze ricorrenti.


Il voto mette Lula sulla difensiva

Sul piano interno, il primo turno ha consegnato a Flávio Bolsonaro il 47% dei consensi contro il 45% ottenuto da Lula da Silva, con il 99% delle schede esaminate. Il candidato di destra potrebbe beneficiare dell’appoggio del Centrão, area politica che aveva già sostenuto Jair Bolsonaro durante la pandemia, sei anni fa.

Lula affronta la sfida in condizioni difficili, appesantito dall’età e dalla prospettiva di un quarto mandato sempre più lontano. I dazi statunitensi avrebbero aggravato le disuguaglianze brasiliane, mentre i programmi sociali Bolsa Familia e Fome Zero non avrebbero raggiunto tutte le categorie, compresi i single disoccupati, a causa delle risorse limitate.


Le ombre giudiziarie sui candidati

Flávio Bolsonaro potrebbe diventare presidente nonostante le accuse che in passato lo hanno coinvolto in vicende di peculato, riciclaggio e appropriazione indebita. Quando era deputato statale, l’inchiesta rischiò di travolgerlo, ma il Foro Privilegiado gli garantì l’immunità prevista per chi ricopre incarichi pubblici: durante il mandato, soltanto il STF può sottoporre questi esponenti a giudizio.

Sul suo nome è rimasto tuttavia il sospetto legato alla pratica chiamata “Racadinha”, cioè la presunta richiesta ai collaboratori di restituire una parte dello stipendio per conservare il posto. La vicenda si colloca negli anni in cui Jair Bolsonaro, allora presidente, fu accusato di avere violato le regole di sicurezza durante il confinamento imposto dal Covid.

Anche Lula rischierebbe conseguenze giudiziarie in caso di sconfitta. Perdendo la protezione istituzionale, a 81 anni potrebbe dover affrontare un nuovo procedimento collegato all’inchiesta Lava Jato, che coinvolse anche Petrobras: le sue condanne iniziali, poi sospese, gli impedirono di candidarsi nel 2018, elezioni vinte da Jair Bolsonaro.

La sospensione arrivò dopo che Sergio Moro, il magistrato che lo aveva accusato, fu riconosciuto parziale dalla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU. Moro divenne ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro, ma lasciò l’incarico l’anno seguente denunciando interferenze del presidente nelle indagini della Polizia Federale; nella tornata citata è stato eletto governatore del Paraná.

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