Bosnia, il voto non basta: urne biometriche e nazionalismi
Affluenza al 42% e molte schede nulle mostrano la sfiducia dei cittadini, mentre la nuova tecnologia prova a rendere più controllabile un sistema ancora diviso per etnie.
Il dato più pesante delle elezioni bosniache è arrivato dalla partecipazione: soltanto il 42% degli aventi diritto si è recato ai seggi. La lettura offerta dalla pagina Instagram di Mehmed Golubović, il candidato satirico rappresentato da un piccione, è netta: una quota così ridotta indica che molti cittadini non credono più nella capacità del voto di produrre cambiamenti.
La protesta passa dalle schede nulle
Il messaggio di chi ha scelto di contestare il sistema attraverso Golubović non si è tradotto in una candidatura reale, ma ha trovato spazio nelle schede annullate. Per la Presidenza tripartita il dato si è fermato al 4,39%; nelle consultazioni parlamentari, invece, ha raggiunto l’8,69% per l’Assemblea parlamentare della Bosnia-Erzegovina, l’8,48% per il Parlamento della Bosnia-Erzegovina e il 9,18% per l’Assemblea nazionale della Republika Srpska.
Sead Pasić, attivista di 26 anni, aveva immaginato un risultato ancora più clamoroso: arrivare al 10% di schede nulle. Per rendere simbolicamente valida la scelta di Golubović era possibile scriverne il nome, indicare più candidati oppure non segnare nulla. Secondo Pasić, un simile risultato avrebbe mostrato ai partiti quanto sia ampia la stanchezza verso l’attuale impianto politico.
Un Paese costruito sulle divisioni
La complessità istituzionale bosniaca affonda le sue radici negli accordi di Dayton, elaborati nel dicembre del 1995 sotto l’egida della coalizione transatlantica. Quel compromesso contribuì a fermare la guerra e a ricomporre, almeno sul piano istituzionale, il conflitto tra le tre comunità coinvolte: musulmana, croata e serba.
La pace fu però accompagnata da ampie autonomie e da poteri di veto assegnati ai tre gruppi. La Bosnia-Erzegovina è oggi articolata in due entità: la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione croato-musulmana, divisa a sua volta in dieci cantoni con governi propri. Un assetto frammentato che ha lasciato il nazionalismo al centro della vita pubblica.
La Presidenza resta ancorata alle etnie
Il risultato più evidente di questa impostazione emerge dalla Presidenza collegiale, composta da tre rappresentanti, uno per ciascuno dei “popoli costitutivi”. Nel voto croato ha prevalso Darijana Filipović, esponente dell’Unione Democratica Croata (HDZ BiH), partito vicino per impostazione all’omonima formazione di centro-destra che governa in Croazia.
Željka Cvijanović, indicata dall’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), ha conquistato invece il seggio serbo. La sua vittoria mantiene indirettamente aperta la linea politica di Milorad Dodik, condannato nel 2025 a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dall’attività politica: il suo nome non compariva sulle schede, ma figurava nella propaganda elettorale e le sue posizioni secessioniste continuano a essere sostenute.
Per la componente bosgnacca si è imposto Denis Bećirović, candidato riformista e laico appoggiato dall’opposizione. Sul piano parlamentare, però, l’Azione democratica di Bakir Izetbegović, formazione conservatrice bosgnacca, è rimasta la forza principale nella Federazione.
La biometria prova a chiudere le falle
Queste elezioni hanno introdotto per la prima volta l’identificazione biometrica per circa 3,4 milioni di elettori. Nei seggi sono stati utilizzati dispositivi per verificare l’identità, scanner per le schede e strumenti di trasmissione elettronica dei risultati, con l’obiettivo di limitare le irregolarità e rendere più tracciabile lo scrutinio.
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Il cambiamento interviene in un contesto segnato da registri elettorali aggiornati con lentezza. Per anni gli elenchi hanno continuato a contenere persone decedute, alimentando il sospetto che le loro identità potessero essere sfruttate per alterare il voto. Anche tra i cittadini vivi è rimasta diffusa la preoccupazione di dover partecipare per impedire che qualcun altro votasse al loro posto.
Una campagna informativa trasmessa ripetutamente dai principali canali ha illustrato le nuove procedure. I seggi hanno registrato ritardi e inconvenienti tecnici, ma il meccanismo, nel suo complesso, ha raggiunto il risultato previsto.
La tecnologia non elimina i ricatti
Secondo Pod Lupom, organizzazione impegnata nel controllo delle consultazioni, l’uso di impronte e scanner rende più difficile presentarsi più volte o ricorrere a identità differenti. Non affronta però le forme di pressione che si verificano fuori dalla cabina, come lo scambio tra voto e lavoro o le promesse di assunzione.
Il problema riguarda soprattutto le imprese pubbliche, spesso influenzate dai diversi livelli di governo e collegate ai partiti. Alma, nome di fantasia, ha spiegato che molti dipendenti temono conseguenze occupazionali se non sostengono la formazione indicata e che in alcuni casi viene persino chiesta una fotografia della scheda come prova: “Tutti questi problemi continueranno a persistere, con o senza sistema di identificazione biometrico”.
Un piccione contro il nazionalismo
A Sarajevo, la sfiducia ha assunto anche la forma di una provocazione ironica. Pasić ha creato Mehmed Golubović, candidato immaginario raffigurato da un piccione: non essendo una persona, il personaggio non può appartenere a nessuno dei tre gruppi costitutivi e diventa così un simbolo estraneo alle divisioni etniche.
I manifesti con il volatile sono comparsi in diversi punti della capitale, mentre sui social Golubović ha diffuso proposte volutamente assurde per mettere in ridicolo le promesse non mantenute e la retorica identitaria dei leader. Pasić ha chiarito che non esisteva alcuna candidatura ufficiale e che il personaggio poteva essere sostenuto soltanto annullando la scheda.
La campagna satirica ha quindi intercettato un malessere più ampio: la nuova procedura può rendere più difficile la manipolazione dell’identità, ma non ricostruisce da sola la fiducia nelle istituzioni. Il risultato elettorale lascia così aperto il problema di una partecipazione sempre più debole e di una politica ancora organizzata attorno alle appartenenze etniche.
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