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Attualità 2 min di lettura25 min fa

Bob Dylan a Roma, concerto tra maschere e brani reinventati

Al Palaeur il cantautore ha riletto il proprio repertorio, lontano dai successi più attesi e immerso nella musica americana

Bob Dylan si è esibito al Palaeur di Roma in un concerto costruito su arrangiamenti lontani dalle versioni originali. Il cantautore ha guidato la serata al pianoforte elettrico, avvolto da luci scure e accompagnato da una band compatta.

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Un concerto senza concessioni

L’identità dell’uomo sul palco è rimasta quasi nascosta sotto il cappuccio e nella penombra della scena. La figura incerta nei movimenti sembrava quasi quella di un interprete chiamato a rappresentare Bob Dylan, ma il pubblico ha accettato il gioco e ha seguito ogni brano come un rito musicale.

La scaletta ha confermato una regola ormai consolidata: Dylan non si è affidato a una raccolta di successi eseguiti secondo le attese. Qualcuno ha applaudito l’inizio di “Million Miles”, scambiandolo per “Ballad of a Thin Man”, mentre tra i classici sono comparsi “It Ain’t Me, Babe” e “Not Dark Yet”, entrambi trasformati rispetto alle registrazioni conosciute.


Le nuove versioni dei brani

“ It Ain’t Me, Babe” ha assunto un andamento più leggero, vicino alle sonorità degli Eagles, mentre “Not Dark Yet” è diventata quasi un brano reggae. “When I Paint My Masterpiece”, legata anche ai ricordi romani del giovane Dylan e alla sua esperienza con Suze Rotolo, ha preso una forma ironica e ritmata.

Il momento più intenso è arrivato con “Tangled Up in Blue”, sostenuta da un giro di pianoforte lento e insistente. La canzone è sembrata trattenuta dal cantante, come se ogni frase dovesse essere ricomposta prima di poter proseguire.

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Il repertorio scelto a Roma

Il concerto ha attraversato “Watching the River Flow”, “Love Sick”, “High Water (For Charley Patton)”, “Black Rider”, “Soon After Midnight” e “Goodbye Jimmy Reed”. Nel programma hanno trovato spazio rock, blues, rhythm and blues, musica cajun e il valzer di “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You”.

Sono arrivate anche due interpretazioni altrui: “I Can’t Tell”, associata a Bo Diddley, e “Can’t Seem to Say Goodbye” di Jerry Lee Lewis. L’armonica è comparsa soltanto in due occasioni, durante “Under the Red Sky” e nel finale affidato a “Every Grain of Sand”.

Dylan ha così riproposto il proprio catalogo come materiale da scomporre e ricostruire, senza l’obbligo di ripetere le versioni più note. Anche la conclusione ha seguito il suo stile schivo: dopo gli applausi, ha fatto appena un passo verso il pubblico e poi gli ha voltato le spalle.

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