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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Blue, il conto del successo: «Non ci fregheranno più

Dopo oltre 15 milioni di dischi venduti, il quartetto britannico torna in Italia con “Reflections” e racconta errori, amicizia e nuove consapevolezze

Per i Blue il successo arrivò quando erano poco più che ragazzi, ma dietro milioni di dischi venduti e classifiche conquistate in tutto il mondo c’era una gestione economica che oggi giudicano insufficiente. A distanza di 25 anni, Lee Ryan, Duncan James, Antony Costa e Simon Webbe sono ancora insieme, più prudenti nei rapporti con l’industria e legati da un’amicizia che ha superato pause, progetti solisti e trasformazioni personali.

Il gruppo britannico tornerà in Italia nel novembre 2026 per presentare dal vivo “Reflections”, album pubblicato a gennaio. Gli appuntamenti sono fissati il 12 novembre al Gran Teatro Geox di Padova, il 13 e 14 all’Unipol Forum di Assago, vicino a Milano, e il 16 al Palazzo dello Sport di Roma.


Il prezzo pagato alla fama

La band ammette di non aver incassato quanto avrebbe potuto durante gli anni di massima popolarità. Lee Ryan spiega che erano l’etichetta discografica, la squadra manageriale e le persone attorno a loro a muovere cifre enormi, mentre ai quattro arrivava soltanto una parte di quel valore. Oggi, dopo aver conosciuto dall’interno i meccanismi del settore, il cantante assicura: «Siamo più consapevoli dell’industria e non permetteremo che ci freghino ancora».

Il percorso non è stato lineare. Dopo l’esplosione internazionale all’inizio degli anni Duemila, i Blue si sono fermati nel 2005 e ciascun componente ha intrapreso attività individuali. La riunione è arrivata nel 2011, con la partecipazione all’Eurovision Song Contest per il Regno Unito. Il nuovo disco, spiegano, nasce anche dal desiderio di guardare al repertorio passato e di onorare il fatto di poter fare ancora musica insieme dopo un quarto di secolo.


L’Italia resta un posto speciale

Il legame con il pubblico italiano è diventato fortissimo nel 2003, quando Tiziano Ferro ha trasformato “Breathe easy” in “A chi mi dice”. La versione italiana è rimasta per mesi in cima alle classifiche e ha aperto al gruppo una porta importante nel nostro Paese.

La canzone era nata in Danimarca, da alcuni accordi composti da Lee Ryan sulla chitarra durante un periodo malinconico. Un produttore lo aveva ascoltato per caso e da quell’incontro era partita la scrittura del brano. In seguito i Blue avevano cercato di avvicinarsi a mercati diversi cantando anche in altre lingue; un primo tentativo rivolto all’Italia era stato “The only words I know”, con una parte in spagnolo e una sezione rap in italiano.

Fu Hugh Goldsmith, allora discografico del gruppo, a suggerire di realizzare una versione italiana di “Breathe easy”. Il testo venne affidato a Tiziano Ferro. I quattro ricordano con affetto anche la collaborazione con Il Volo, descrivendo i tre artisti italiani come cordiali, calorosi e dotati di voci eccezionali, con l’auspicio di poter lavorare nuovamente insieme.


Quattro amici oltre il palco

La lunga convivenza professionale non ha cancellato i piccoli contrasti, ma proprio questi vengono descritti come una conseguenza dell’affetto reciproco. Le discussioni più frequenti riguardano dettagli apparentemente banali, come il posto vicino al finestrino durante i viaggi: Duncan lo preferisce perché ama dormire, mentre Lee predilige il corridoio per muoversi più facilmente.

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L’ultima vera disputa musicale ha avuto per oggetto “The Vow”. Il gruppo aveva deciso di limitare “Reflections” a 12 canzoni, come il primo album “All Rise”, ma Lee è tornato dalla Svezia con un brano accompagnato da un’orchestra di 40 elementi. Gli altri hanno quindi cambiato programma e lo hanno inserito nel disco, convinti dalla sua forza.


Dai fiori di Elton ai ricordi

Tra gli episodi più curiosi della carriera c’è quello vissuto nella casa-studio di Elton John. Lee racconta di essersi trovato davanti a una quantità di fiori paragonabile a quella di un negozio specializzato, tanto da averne portati alcuni alla madre. Duncan ha stimato il valore dell’allestimento in 5.000 sterline, quasi 6mila euro, mentre Simon ha parlato di una cifra compresa tra 15mila e 20mila sterline, aggiungendo che il vaso più grande non sarebbe entrato nemmeno in automobile.

Dei primi anni, Simon rimpiange i servizi fotografici, i programmi televisivi e le esibizioni nei centri giovanili davanti a poche persone. Antony ricorda invece i negozi di dischi, gli incontri con il pubblico e l’attesa dei dati di metà settimana per capire se un singolo stesse funzionando. Lee conserva il ricordo dell’entusiasmo per imparare a scrivere e arrangiare: con il primo assegno ricevuto dal gruppo aveva comprato uno studio e invitato produttori e musicisti a lavorare con lui.

Duncan cita con particolare affetto Tara Palmer-Tomkinson, amica che frequentava i loro concerti e che una volta li aveva presentati a Wembley. Per lui è stata una presenza importante negli anni della crescita della band.


Una visibilità ancora da difendere

Duncan ha raccontato che dichiarare pubblicamente la propria bisessualità e poi la propria omosessualità non fu semplice. Oggi considera positivo il fatto che ci siano molti più artisti LGBTQIA+ nella musica e nella società, perché la loro presenza rende più visibili esperienze un tempo meno rappresentate.

Secondo il cantante, però, il percorso non è concluso. Nessuno dovrebbe essere costretto a rivelare il proprio orientamento, mentre la comunità dovrebbe sostenersi maggiormente, soprattutto nei confronti delle persone transgender. La situazione sta migliorando, sostiene, ma servono ancora cambiamenti profondi.

Sul palco italiano, infine, i Blue promettono uno spettacolo costruito con una band al completo e pensato per essere soprattutto divertente. Un nuovo capitolo per quattro musicisti che, nonostante la pausa e le difficoltà dell’industria, continuano a condividere canzoni, viaggi e decisioni.

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