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Attualità 2 min di lettura50 min fa

Blasfemia sui social, in Iran una 23enne rischia l’esecuzione

Najmeh Amini è detenuta a Mashhad e ha ricevuto una condanna capitale oltre a più di 12 anni di carcere; la sentenza può ancora essere impugnata.

Le condanne a morte per blasfemia rimangono episodi poco frequenti in Iran, nonostante il forte aumento delle esecuzioni registrato negli ultimi anni. L’ultimo caso documentato risale all’8 maggio 2023, quando Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli-Zare furono messi a morte per accuse legate a contenuti pubblicati sui social.

Secondo il quotidiano Khorasan, Najmeh Amini avrebbe spiegato davanti ai giudici di aver diffuso i contenuti contestati mentre si trovava in uno stato allucinatorio. La decisione, tuttavia, non è ancora definitiva.

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Una condanna ancora impugnabile

La giovane, 23 anni, si trova nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del Paese. Nei suoi confronti sono state emesse due sentenze separate: una prevede la pena capitale, mentre l’altra stabilisce 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione.

Le accuse alla base della pena detentiva comprendono attività ritenute ostili alla sicurezza nazionale e la diffusione di propaganda contro il regime. Per il procedimento relativo alla condanna a morte, invece, l’imputazione è quella di “sab ol-nabi”, espressione utilizzata per indicare l’insulto al profeta.


Il caso nato dal controllo della rete

Amini sarebbe stata individuata attraverso il monitoraggio delle attività su internet condotto dalla polizia iraniana. Non sono stati resi pubblici, però, i contenuti precisi che le autorità considerano offensivi.

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La ragazza era stata fermata dalle forze di sicurezza durante le proteste esplose all’inizio dell’anno nella Repubblica islamica. In una registrazione audio resa pubblica il mese scorso, una voce attribuita ad Amini ha chiesto l’intervento delle Nazioni Unite, degli avvocati e delle organizzazioni per i diritti umani: “Sono una ragazza innocente, con tanti sogni e speranze. Ho dei genitori che mi aspettano”.


L’allarme delle organizzazioni

Il caso ha riacceso le preoccupazioni degli organismi impegnati nella difesa dei diritti umani per il ricorso sempre più ampio alla pena capitale in Iran. Una fonte vicina alla famiglia avrebbe riferito i dettagli a Human Rights Activists in Iran, organizzazione con sede negli Stati Uniti.

Iran Human Rights, con sede a Oslo, sostiene che nel corso dell’anno siano state eseguite più di 600 persone nel Paese. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’organizzazione, ha avvertito che una condanna a morte legata a un contenuto pubblicato sui social può trasformare la pena capitale in uno strumento ordinario contro la libertà di espressione pacifica. A suo giudizio, l’assenza di una risposta internazionale incisiva potrebbe favorire la moltiplicazione di procedimenti analoghi.

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