504notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Beth Dobbin, la luce può mandarla a letto per mesi: la sua battaglia contro la ME

L’ex velocista britannica, olimpionica a Tokyo e medagliata ai Giochi del Commonwealth, oggi vive quasi sempre al buio e in silenzio a causa dell’encefalomielite mialgica.

Per Beth Dobbin anche una conversazione di mezz’ora può avere conseguenze durissime. L’ex velocista britannica, oggi 32enne, trascorre circa 22 ore al giorno a letto e deve proteggersi da luci, rumori e attività che potrebbero provocare un peggioramento improvviso dei sintomi, spesso della durata di giorni o persino mesi.

La sua condizione è legata all’encefalomielite mialgica, conosciuta anche come sindrome da fatica cronica: una patologia cronica, invalidante e al momento priva di una cura. Dobbin ha scelto di raccontare la propria esperienza alla BBC, pur sapendo che l’intervista avrebbe potuto costarle un lungo periodo di debolezza. Ha spiegato di averlo fatto perché riteneva necessario aumentare l’attenzione su una malattia ancora poco compresa.

Offerta del giorno19 ottobre

Rowenta

-20% sulle aspirapolveri da Rowenta

Scade tra 73 giorni
********


Una vita quasi interamente a letto

Il contrasto con il passato sportivo di Dobbin è netto. Aveva corso la semifinale dei 200 metri alle Olimpiadi di Tokyo e nel 2022 aveva conquistato il bronzo ai Giochi del Commonwealth con la staffetta britannica 4×400. Oggi, invece, anche un’uscita breve può richiedere un recupero estremamente lungo.

«Mi è capitato di fare piccole cose, come andare dal medico per un prelievo, e poi di restare a letto per mesi», ha raccontato. Nel 2026 è riuscita a lasciare la propria abitazione soltanto cinque volte. La malattia, ha aggiunto, le ha sottratto l’autonomia, la salute, la possibilità di lavorare e quella di allenarsi, lasciandole comunque il sostegno della famiglia.

Dobbin ha descritto la sua situazione come una perdita difficile da esprimere a parole. Secondo quanto riferito durante l’intervista, il semplice contatto con una luce intensa o uno sforzo superiore a quello tollerabile può innescare un “crollo” fisico con effetti prolungati. Anche l’incontro con la BBC, della durata di circa 30 minuti, potrebbe provocarle conseguenze fino al 2027.


Dalle infezioni alla diagnosi

L’inizio dei problemi risale a una doppia infezione: prima il Covid, poi la mononucleosi. L’atleta tentò di proseguire la propria attività, ma la stanchezza aumentò progressivamente. Dormiva molto, faticava ad alzarsi e rimaneva a letto per gran parte del tempo.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Dopo sei settimane provò a tornare agli allenamenti e riuscì a continuare per circa tre settimane. I medici, però, erano sorpresi dal fatto che non fosse ancora guarita, nonostante fossero trascorsi mesi dalle infezioni. Il quadro clinico divenne via via più evidente e diversi specialisti arrivarono alla stessa conclusione: si trattava di encefalomielite mialgica.

La diagnosi fu particolarmente difficile da accettare perché, come ha spiegato Dobbin, per questa patologia non esiste un trattamento risolutivo. Oggi l’ex velocista dice di avvertire la sensazione che il proprio organismo stia cedendo, come se fosse vicino al limite estremo delle proprie forze.


Il dovere di raccontare

Nonostante le conseguenze personali della testimonianza, Dobbin ha deciso di esporsi per dare visibilità alle persone che convivono con la stessa malattia. «È una cosa che mi ha devastato la vita, non riesco nemmeno a descriverla a parole», ha detto, ricordando quanto sia cambiata la sua esistenza.

La sportiva ritiene che la sua storia possa essere ascoltata con maggiore attenzione proprio grazie al passato agonistico. A suo giudizio, gli atleti vengono spesso considerati più credibili rispetto alle persone comuni, mentre molti malati si sentono accusare di essere semplicemente pigri o di non voler fare abbastanza.

«Se una cosa del genere accadesse alla maggior parte delle persone, non sarebbero in grado di parlarne: per questo sento di avere una sorta di dovere nel farlo», ha concluso. Il suo obiettivo è contribuire a una maggiore consapevolezza pubblica e mantenere aperta la speranza che, in futuro, possa essere individuata una soluzione per l’encefalomielite mialgica.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere