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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Bastia Umbra, volto di Casa a Prima Vista in un monastero

La protagonista di Casa a Prima Vista ha trascorso tre giorni tra preghiera, orto e cucina nel Monastero di Sant’Anna

Mariana D’Amico ha passato tre giorni nel Monastero di Sant’Anna di Bastia Umbra, lontana dal telefono e dai ritmi abituali. L’esperienza sarà raccontata nello speciale “Un VIP in convento”, in onda mercoledì 4 novembre alle 21:30 su Real Time e disponibile anche su discovery+.

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Il silenzio e il tempo lento

La protagonista di “Casa a Prima Vista” è entrata nella comunità delle monache di “La Cucina delle Monache” con curiosità, ma anche con alcune idee preconcette. Si aspettava regole rigide e una realtà distante dalla sua; ha trovato invece accoglienza, ironia e un ambiente capace di favorire l’introspezione.

A metterla alla prova è stata soprattutto l’assenza di stimoli esterni. Il telefono le è mancato, così come la possibilità di sapere in ogni momento che cosa stesse accadendo fuori, ma il distacco le ha mostrato che il mondo continua anche quando si smette di controllarlo. “Il silenzio non era un vuoto, ma uno spazio”, ha raccontato descrivendo il passaggio dalla difficoltà iniziale a una nuova forma di ascolto.

La giornata iniziava molto presto: alle 5 era prevista la sveglia, mezz’ora più tardi l’ufficio delle letture, mentre le lodi arrivavano alle 6.25. La colazione veniva servita soltanto dopo le 8.30. Quella scansione ha modificato il suo rapporto con le ore, abituandola a compiere ogni attività senza l’urgenza del gesto successivo.


Preghiera, orto e cucina

Tra le occupazioni del monastero c’erano la preghiera, il lavoro nell’orto e le attività manuali. D’Amico ha spiegato di essersi sentita particolarmente a suo agio quando poteva usare le mani: occuparsi di qualcosa rallentava i pensieri, come le accade quando disegna, attività legata ai suoi studi d’arte.

La preghiera, invece, le ha richiesto maggiore concentrazione e una disponibilità all’ascolto diversa da quella della vita quotidiana. Anche la cucina le ha lasciato un’impressione positiva: pur non considerandola il suo ambiente preferito, ha visto nella preparazione dei piatti un’occasione per condividere, collaborare e imparare la pazienza.

Un principio della vita monastica che vorrebbe portare con sé riguarda l’ospitalità. Nella sua casa, ha spiegato, ha sempre cercato di accogliere le persone care e di mettere a disposizione uno spazio sicuro, anche grazie alla possibilità di avere una casa di proprietà.

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Le storie delle monache

I racconti delle religiose hanno avuto un peso particolare. D’Amico ha osservato che dietro una scelta così radicale ci sono comunque desideri, paure e domande personali. Tra le testimonianze che l’hanno colpita c’è quella di Suor Miriam, arrivata in convento come ospite della foresteria e rimasta poi nella comunità.

La religiosa le ha spiegato di essere stata attirata dalla serenità che vedeva nelle monache. “Prima di diventare monaca non ero felice”, le ha detto, lasciandole una frase che D’Amico ha definito impossibile da dimenticare.

Durante un incontro in sacrestia, la professionista si è lasciata andare parlando della propria vita. A farla sentire al sicuro è stata la sensazione di essere ascoltata senza giudizi, lontano dall’obbligo quotidiano di dimostrare forza o di mantenere un ruolo pubblico.


Maternità e immagine pubblica

D’Amico ha collegato quei giorni anche alla propria storia familiare. Dalla madre ha imparato determinazione e resistenza, ma con il tempo ha compreso che mostrarsi forti non significa cancellare le proprie fragilità.

Madre di due figli adolescenti, deve ogni giorno conciliare la famiglia con un lavoro esposto al pubblico. L’esperienza in convento le ha ricordato che non è necessario essere perfette in ogni ambito: ai figli servono presenza, amore e autenticità, senza rinunciare alla propria identità di donna.

La maschera che ha lasciato temporaneamente tra le mura del monastero è quella della persona capace di organizzare tutto, sempre sorridente e disponibile. Da quei tre giorni ha ricavato una convinzione: per ritrovarsi non occorre necessariamente allontanarsi, perché talvolta è sufficiente fermarsi.

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