Articolo 5, il confine invisibile: quando scatta la risposta della Nato
Gli attacchi informatici e ibridi rendono incerta la soglia tra conflitto e pace, mentre l’Alleanza mantiene riservati i criteri per reagire.
La distanza tra un atto ostile e l’inizio di un conflitto aperto si è ridotta fino a diventare difficile da individuare. Nel nuovo confronto europeo, infatti, le aggressioni possono arrivare senza eserciti schierati e senza una dichiarazione formale di guerra, ma produrre comunque conseguenze tali da richiedere una risposta.
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La soglia resta volutamente nascosta
Il nodo riguarda soprattutto l’applicazione dell’articolo 5 della Nato, quello che prevede la difesa collettiva in caso di attacco contro uno Stato membro. Di fronte a operazioni informatiche o ad altre azioni ibride, però, non è automatico stabilire quando quell’impegno debba entrare in vigore.
Le linee guida dell’Alleanza indicano che la reazione dovrebbe mantenere una proporzione rispetto ai danni provocati. Resta però non chiarito quale sia il limite oltre il quale un’aggressione possa essere considerata abbastanza grave da innescare una risposta comune: questo criterio, secondo le informazioni disponibili, viene mantenuto riservato.
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La risposta passa dall’ombra
A sottolineare la complessità dello scenario è stato sabato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un’intervista a Repubblica. Il comandante ha richiamato la capacità della Nato di gestire gli attacchi ibridi, mostrando come l’Alleanza debba muoversi in uno spazio intermedio tra sicurezza e guerra.
Il problema non riguarda soltanto la natura dell’attacco, ma anche il modo in cui attribuirlo e misurarne gli effetti. Finché la soglia resta indefinita, ogni aggressione può diventare un test politico e strategico: una risposta troppo debole rischia di incoraggiare nuove azioni, mentre una reazione sproporzionata potrebbe aggravare il confronto.
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