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Attualità 5 min di lettura47 min fa

Armenia, il vino che difende la terra: la sfida di Saghatelyan

Dalle ferite della guerra alla riscoperta di oltre 300 varietà locali, il vino armeno cerca un’identità internazionale senza rinunciare alle sue radici.

Per Mariam Saghatelyan, coltivare la vite in Armenia non significa soltanto produrre bottiglie. È anche un modo per mantenere viva la presenza umana sul territorio, proteggere la cultura del Paese e dare un significato concreto al legame con le proprie origini. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra», afferma.

La questione assume un peso ancora maggiore in una nazione segnata da conflitti, migrazioni e spopolamento. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia», ricorda Saghatelyan. A suo giudizio, restare e dedicarsi alla terra è indispensabile per conservare ciò che il Paese possiede, compresi i suoi confini e la sua identità.

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La vigna dentro una storia ferita

La viticoltura armena ha dovuto fare i conti anche con gli effetti della recente guerra con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh. Diverse cantine e numerosi viticoltori sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre, perdendo attività e patrimoni costruiti nel tempo.

Saghatelyan non separa queste difficoltà dall’andamento del settore. Il mercato del vino alterna fasi positive e momenti complessi, mentre l’Armenia porta con sé il peso di una storia attraversata da guerre e crisi. In questo scenario, il lavoro agricolo diventa una forma di continuità e un presidio per le comunità locali.

Il suo percorso personale rende ancora più intenso questo legame. Nata fuori dall’Armenia e tornata nel Paese insieme alla famiglia, Mariam ha vissuto da vicino la distanza della diaspora e il ritorno alle radici. Anche nei periodi più duri, il vino è rimasto legato alla possibilità di restare ancorati alla propria terra.


Un’identità lontana dalla produzione di massa

L’Armenia non punta a competere sui volumi con le grandi aree vinicole europee. La dimensione ridotta del Paese, un patrimonio storico millenario e caratteristiche territoriali molto diverse suggeriscono invece una strada fondata su quantità limitate, qualità e riconoscibilità.

«Credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo», spiega Saghatelyan. L’obiettivo è intercettare consumatori interessati non soltanto al contenuto del calice, ma anche alla cultura e alle vicende che lo accompagnano.

La varietà del patrimonio ampelografico offre un punto di forza ancora da esplorare. Nel Paese si contano più di 300 varietà endemiche e la ricerca deve ancora stabilire quali uve risultino più adatte ai diversi territori. Tra i nomi già conosciuti figurano Areni e Voskeat, mentre il Nrneni prodotto da Moonq rappresenta uno degli esempi più originali.

Anche la tutela dell’origine resta una partita aperta. Un Areni coltivato nella provincia di Vayots Dzor non esprime necessariamente le stesse caratteristiche di uno proveniente da Aragatsotn; per questo Saghatelyan considera utile un sistema di denominazioni capace di informare chi acquista e proteggere il consumatore.


Viaggiare per capire il vino armeno

Per cogliere le differenze tra vitigni, suoli e aree produttive, secondo Mariam non basta leggere un’etichetta. Bisogna visitare il Paese, incontrare i vignaioli, attraversare i luoghi di coltivazione e osservare direttamente come ambiente e lavoro umano contribuiscano al risultato finale.

Il turismo legato al vino può così diventare uno dei principali strumenti di conoscenza internazionale. L’esperienza sul posto permette di entrare in contatto con produttori e contadini, ma anche con una cultura che per lungo tempo è rimasta ai margini dei circuiti mondiali.

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La storia recente spiega in parte questo ritardo. Durante il periodo sovietico, la pianificazione agricola privilegiò la produzione di brandy, mentre molti vitigni locali persero spazio. Sopravvissero soprattutto forme di coltivazione familiare destinate all’autoconsumo, lontane dai mercati internazionali.

La riscoperta contemporanea nasce dunque dall’incontro tra una tradizione antica e una scena ancora giovane. Yerevan ha contribuito a costruire questa nuova attenzione anche grazie a InVino, il locale fondato nel centro della capitale che ha contribuito a diffondere una diversa cultura del vino.


Sperimentare senza seguire modelli fissi

Proprio l’assenza prolungata dai principali circuiti vinicoli può trasformarsi in un’opportunità. Quando altri produttori inseguivano stili codificati, uso del legno e tecniche considerate quasi obbligatorie, l’Armenia restava fuori da quel sistema. Oggi può quindi sperimentare con maggiore libertà, alternando karas tradizionali, acciaio, cemento e metodi arrivati da altre zone del mondo.

«L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada», osserva Saghatelyan. La ricerca di un linguaggio autonomo non è conclusa e proprio questa fase di prova, secondo lei, rappresenta una delle caratteristiche più interessanti del comparto.

Anche i prezzi mostrano un settore ancora in assestamento: si parte da 5.000 dram, meno di 13 euro, e si può arrivare oltre i 200 euro per produzioni molto limitate ottenute da vigne vecchie. Non esiste ancora un posizionamento uniforme, ma una gamma ampia che riflette la fase di costruzione del mercato.

Il primo traguardo, tuttavia, resta convincere chi assaggia il vino armeno a riconoscerne il valore. Trovare uno spazio sugli scaffali internazionali non sarebbe sufficiente: occorrerebbe anche conservarlo, contando sul pubblico locale, sul turismo, sulla diaspora armena e sulla curiosità dei consumatori stranieri.


Da sorpresa locale a scena internazionale

Quattordici anni fa Saghatelyan avrebbe giudicato improbabile l’evoluzione raggiunta dal settore. Oggi, invece, Yerevan ospita l’appuntamento annuale di maggiore rilievo del Concours Mondial e dispone di un’offerta molto più ampia rispetto al passato.

«All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire», racconta. La crescita non cancella le fragilità, ma segnala che l’Armenia è riuscita a riaprire un dialogo con il panorama vinicolo internazionale.

Il Paese si presenta così come una realtà antichissima e, allo stesso tempo, emergente. La sua forza non sta nella quantità, bensì nella possibilità di raccontare un territorio, vitigni ancora poco studiati e persone che continuano a lavorare la terra nonostante guerre, esodi e incertezze economiche.

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