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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Aree interne, il rischio invisibile: fuga dei giovani e clima

Dal peso delle crisi ambientali alla perdita di competenze, il Mezzogiorno affronta un intreccio di fragilità che coinvolge territorio, servizi e mobilità sociale.

Chi ha lasciato i piccoli centri può diventare una risorsa per quelli che sono rimasti. Secondo gli autori della ricerca, gli emigrati possono trasferire nei luoghi d’origine competenze, relazioni e capitali, favorendo la nascita di imprese, iniziative culturali, progetti di turismo sostenibile e attività agricole di qualità. «Chi è emigrato e ha costruito esperienze professionali altrove può contribuire alla nascita di nuove attività nei luoghi d’origine», osservano gli studiosi.

Per il Mezzogiorno, però, la permanenza nelle aree interne non sempre coincide con una scelta libera. La scarsità di risorse economiche, l’assenza di reti di sostegno e la limitata disponibilità di opportunità possono impedire a una persona di trasferirsi. Al contrario, chi nasce in un’area interna del Sud si trova spesso a sommare due svantaggi: la marginalità territoriale e le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud.

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Il clima aggrava una fragilità già profonda

L’emergenza ambientale rischia di amplificare problemi già presenti. Luca Bianchi, di Svimez, stima che gli effetti del cambiamento climatico possano sottrarre fino a 6 punti di Pil entro il 2050, con il Mezzogiorno indicato come la parte del Paese maggiormente esposta.

Siccità persistenti e temperature elevate stanno già mettendo sotto pressione le produzioni agroalimentari meridionali e le esportazioni collegate. Le crisi idriche possono inoltre accelerare la desertificazione: in Sicilia il fenomeno potrebbe interessare il 70% della superficie regionale, mentre in Puglia arriverebbe al 57%.


Paesi vuoti e servizi sempre più lontani

Alla pressione climatica si aggiunge quella demografica. Lo spopolamento dei piccoli comuni, la partenza dei giovani, la riduzione dei servizi e la solitudine di chi rimane hanno trasformato le aree interne in una delle principali questioni nazionali. Il dibattito ha prodotto numerose proposte, ma non sempre alle idee si accompagnano risorse certe e strategie capaci di sostenere nel tempo lo sviluppo locale.

Il problema assume dimensioni diverse a seconda delle zone del Paese. Nel Nord-Ovest rientra nella categoria delle aree interne circa un comune su tre; nel Mezzogiorno, invece, la quota sale a due su tre e coinvolge un terzo della popolazione. Ne derivano distanze maggiori dai servizi, basi economiche più deboli e una più ridotta capacità istituzionale.


La fuga riduce competenze e opportunità

Un progetto di ricerca di interesse nazionale, intitolato «Geografia e disuguaglianza sociale in Italia» e coordinato da Nazareno Panichella dell’Università degli Studi di Milano, ha esaminato gli spostamenti dalle campagne e dai piccoli centri verso le città o le regioni settentrionali. Qualunque sia stata la motivazione — la ricerca di migliori occasioni o una vera fuga — nei territori di partenza si è consolidata una popolazione più anziana, meno istruita e con legami professionali più fragili.

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Il divario emerge anche dal profilo del lavoro. Nelle aree interne, la percentuale di occupati appartenenti a categorie qualificate si attesta al 34% nel Nord e al 35% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno scende sotto il 30%; nei centri urbani, invece, oscilla tra il 40% e il 46%. Sul piano formativo, quasi quattro residenti su dieci nelle aree interne possiedono al massimo la licenza media, contro il 30% registrato nei centri.


Restare non basta senza mobilità sociale

Per gli autori dello studio, arrestare l’esodo è soltanto una parte della soluzione. Serve ricostruire un ambiente sociale e professionale capace di rendere conveniente la permanenza, soprattutto per i giovani con competenze specialistiche e preparazione nei settori più innovativi.

L’isolamento, infatti, non è soltanto geografico. In molti paesi le reti sociali restano chiuse e autoreferenziali, rendendo difficile trasformare istruzione e talento in un effettivo cambiamento di posizione. Gli studiosi definiscono questo meccanismo «disuguaglianza cumulativa»: le difficoltà si sommano e spingono molti ragazzi a partire non perché desiderino abbandonare il proprio paese, ma per sottrarsi a un sistema percepito come immobile.


Scuola e migrazioni ridisegnano i territori

Un rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale potrebbe aiutare a creare competenze spendibili direttamente sul territorio. L’università, invece, può diventare un passaggio verso l’uscita: molti studenti si trasferiscono nel capoluogo per frequentare gli istituti superiori e poi raggiungono il Nord per gli studi universitari.

Anche gli anziani partecipano a questi spostamenti, spesso per assistere figli e nipoti che si sono trasferiti oppure per avvicinarsi a strutture sanitarie e di cura. La sfida, dunque, non riguarda soltanto il numero di residenti, ma la possibilità di ricomporre legami, professionalità e servizi in territori esposti contemporaneamente all’abbandono e agli effetti del clima.

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