Anziani, il futuro si costruisce a casa loro
Dal Piemonte nasce una proposta per ripensare assistenza, servizi e comunità, lasciando alle persone fragili la possibilità di restare nel proprio ambiente.
Una donna di 85 anni, in una frazione di Ovada, nelle Langhe, in Val Bormida o in Valsesia, nella primavera del 2027 potrebbe sentire suonare il campanello. Dall’altra parte potrebbe esserci un’infermiera, un giovane del servizio civile o una persona della comunità: non qualcuno venuto a dirle che deve trasferirsi per ricevere aiuto, ma chi le dimostra con un gesto concreto che la sua vita ha ancora un posto lì.
È questa l’immagine a cui guarda il progetto che il Piemonte intende discutere il 30 ottobre. L’obiettivo è affermare che assistere gli anziani non significa soltanto occuparsi dei loro bisogni, ma riconoscere il contributo che possono ancora offrire alla vita collettiva.
Il futuro passa dalle comunità
Il diritto a restare nel proprio ambiente non può essere determinato dal Comune di residenza. In Piemonte, 372 Comuni rientrano nella categoria delle aree interne e circa 130 sono considerati periferici o ultraperiferici: proprio nei luoghi più difficili da raggiungere occorre difendere la continuità dei servizi e delle relazioni.
L’appuntamento del 30 ottobre dovrebbe tradursi in un impegno condiviso per tutta la Regione. Da qui può partire un modello replicabile altrove, capace di preservare comunità in cui generazioni diverse continuino a vivere insieme. Il messaggio finale non riguarda soltanto la disponibilità ad assistere, ma la partecipazione degli anziani alla costruzione del futuro comune.
La vecchiaia non è una parentesi
La ricorrenza del 2 ottobre, promossa dall’Onu, può diventare più di un richiamo formale al rispetto dovuto alle persone anziane. Serve piuttosto a guardare alla loro presenza con attenzione e fiducia: non soltanto per il passato che rappresentano, ma anche per ciò che sono oggi e possono ancora realizzare accanto agli altri.
La questione, quindi, non si esaurisce nel modo in cui la società si prende cura di loro. Riguarda anche il tipo di Paese che si vuole costruire insieme a loro. Una comunità giusta dovrebbe riconoscere il valore delle persone al di là della produttività, della rapidità e della prestazione; vivere più a lungo dovrebbe ampliare le possibilità, non prolungare l’emarginazione.
Gli anziani possono collegare età differenti, trasmettere conoscenze e rafforzare i legami. Anche quando diventano dipendenti dall’assistenza, non perdono la propria identità, la storia personale né il diritto a essere considerati parte della collettività.
Curare senza separare
Per circa 150 anni la risposta alla fragilità è stata affidata soprattutto a strutture dedicate: ospedali, ospizi, case di riposo e Rsa. Oggi occorre verificare se proteggere una persona debba comportare così spesso l’allontanamento dal suo quartiere, dalla sua casa e dalle sue relazioni.
Nel nostro Paese circa 10 milioni di persone vivono sole. Inoltre, secondo Istat, nel 2019 circa 1,3 milioni di persone con più di 75 anni dichiaravano di non ricevere un sostegno sufficiente per le attività quotidiane. La priorità diventa allora individuare il disagio prima che si trasformi in un’emergenza.
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Le abitazioni italiane rappresentano una rete di luoghi di cura già esistente. Prima di disporre un trasferimento, bisogna capire quali interventi permetterebbero alla persona di vivere bene nella propria casa. Non ogni situazione può essere gestita a domicilio, ma l’assenza di un’assistenza attivabile non dovrebbe essere la causa di un ricovero o di un trasferimento.
Sei strumenti per cambiare rotta
La proposta presentata alla Regione si fonda su sei direttrici e su un criterio preciso: la condizione sanitaria non può essere separata dalla dimensione sociale. Il primo strumento è Anchise, già sperimentato nella Asl Roma 2 e al Policlinico Tor Vergata, per individuare gli anziani che arrivano con frequenza al pronto soccorso, anche 30 volte in un anno, e capire quali falle esistano nella continuità dell’assistenza.
Per queste persone è previsto il Pass, cioè un Percorso Assistenziale Socio-Sanitario svolto soprattutto in ambulatorio, con una presa in carico di almeno 12 mesi. Il secondo asse è Sfera, una piattaforma che valuta insieme malattie, autonomia, situazione sociale, relazioni e risorse disponibili, così da considerare l’individuo nella sua completezza.
Gli altri interventi riguardano incentivi e riconoscimento per chi lavora nell’assistenza domiciliare, l’apertura delle Rsa al territorio attraverso il rapporto Adiss 5:1, il sostegno alle aree interne e l’impiego della medicina digitale con il modello Vivanet. Sono soluzioni differenti, ma orientate allo stesso risultato: consentire alle persone fragili di rimanere nella propria comunità quando le condizioni lo permettono.
Una scelta anche economica
Il confronto sui costi aiuta a valutare la sostenibilità del modello. Un posto letto in Rsa richiede tra 60 e 70 mila euro all’anno, mentre un Pass domiciliare Anchise si aggira intorno ai 17 mila euro. Il divario non autorizza a ridurre la qualità dell’assistenza, ma invita a capire dove le risorse possano essere utilizzate in modo più appropriato.
La domiciliarità non viene proposta per risparmiare sugli anziani. La questione è evitare di finanziare la loro separazione dall’ambiente di vita quando un percorso di cura, sostegno e monitoraggio può essere organizzato senza allontanarli. Il 2 ottobre, in questa prospettiva, non dovrebbe limitarsi a una parentesi affettuosa: può diventare l’inizio di una trasformazione concreta.
L’obiettivo, in definitiva, è passare dal semplice messaggio «vi vogliamo bene» a una responsabilità condivisa: «Il Paese di domani lo costruiamo anche con voi».
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