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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Anna Politkovskaja, vent’anni dopo: la figlia Vera raccoglie il testimone

Dal libro dedicato alla madre all’esilio dopo l’invasione dell’Ucraina, Vera Politkovskaja continua a denunciare la repressione e la propaganda del potere russo.

Vera Politkovskaja ha trasformato il ricordo della madre in una nuova forma di denuncia. Giornalista come Anna, nel febbraio 2024 ha pubblicato il libro “Una madre”, dedicato alla donna che sua figlia non ha mai potuto conoscere e alla cui vicenda familiare si intreccia la storia della Russia contemporanea.

Il 7 ottobre 2026 ricorreranno vent’anni dall’assassinio di Anna Politkovskaja, uccisa proprio nel giorno del compleanno di Vladimir Putin. Da allora Vera e suo zio Il’ja hanno cercato giustizia, scontrandosi con una macchina giudiziaria russa descritta come incapace di arrivare fino ai mandanti e profondamente condizionata dal potere.


Vera porta avanti la battaglia della madre

Con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, Vera e la figlia ancora adolescente hanno lasciato la Russia. Il loro cognome era diventato un bersaglio e, secondo il racconto riportato nel libro, le minacce di morte hanno reso necessario l’esilio.

Vera ha ereditato dal padre Aleksandr anche il mestiere di giornalista televisiva. Ha lavorato per Prav!Da?, emittente il cui nome nasce dall’unione di due espressioni russe riconducibili alle idee di “avere ragione” e “sì”. Quell’esperienza televisiva, ricordata come positiva, si è però conclusa nel clima di controllo sempre più stretto sull’informazione.

La sua attività si concentra oggi sulla guerra in Ucraina, proprio come quella di Anna si era concentrata sul conflitto ceceno. La figlia denuncia la manipolazione delle notizie, il nazionalismo alimentato dal potere e l’uso di formule come “denazificazione”, presentate nel testo come strumenti per nascondere una politica di annientamento dell’identità ucraina.


Dalla Cecenia alla guerra in Ucraina

Anna e Aleksandr avevano iniziato il loro percorso professionale durante la perestrojka, quando il giornalismo russo conobbe spazi di libertà sconosciuti negli anni sovietici. Aleksandr seguì anche la tragedia di Černobyl’, indagando sulle conseguenze dell’incidente: la possibilità stessa di raccontare quella vicenda rappresentava, allora, una rottura con la segretezza imposta in nome della sicurezza nazionale.

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Dopo la fine dell’Unione Sovietica, il disordine politico ed economico favorì l’ascesa di Vladimir Putin. Nel libro, questo passaggio conduce alla progressiva repressione degli oppositori, tra i quali Aleksej Naval’nyj, la cui morte, avvenuta il 16 febbraio 2024, non poté essere raccontata da Vera perché il volume era già stato pubblicato.

La guerra in Cecenia fu il principale banco di prova di Anna. Le sue inchieste mostrarono la violenza esercitata contro la popolazione e misero in discussione la versione ufficiale del conflitto. Nel racconto trovano spazio anche l’assedio al teatro Dubrovka di Mosca e la strage di Beslan, episodi che contribuirono al consolidamento del potere presidenziale.


Una memoria che resta scomoda

La vicenda del teatro di Mosca è collegata anche al tentativo di coinvolgere Anna nelle trattative per la liberazione degli ostaggi. In quel contesto, secondo la ricostruzione proposta, la giornalista fu avvelenata per impedirle di partecipare. Il successivo assassinio rese ancora più evidente il prezzo pagato da chi cercava di raccontare le responsabilità del potere.

Il libro affronta inoltre la gestione della guerra in Ucraina: il reclutamento concentrato soprattutto nelle regioni meridionali, il riserbo sulle perdite russe e la scelta di escludere Mosca e San Pietroburgo, dove il dissenso contro il conflitto sarebbe stato più forte. Anche le notizie sui massacri di Buča vengono descritte come falsificate dalla propaganda ufficiale.

Vera Politkovskaja prosegue così una denuncia familiare e politica insieme. Da pacifista, contesta la narrazione del Cremlino e chiede che le vittime delle guerre in Cecenia e in Ucraina non vengano cancellate dal racconto pubblico. A vent’anni dalla morte di Anna, il suo messaggio continua a passare attraverso la voce della figlia.

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