2.000Lettori online ora
Attualità 3 min di lettura4 giorni fa

Animali maltrattati, i numeri crescono: perché le tutele non bastano

Tra Cassazione, casi recenti e nuova attenzione costituzionale, emerge l’esigenza di norme più incisive contro sevizie, abbandoni e detenzioni incompatibili con la natura degli animali.

L’ultima tendenza che emerge dalle cronache è allarmante: i casi di sofferenza inflitta agli animali stanno aumentando, e il 2026 sembra aver segnato un salto ulteriore. Proprio per questo torna centrale il tema della protezione giuridica, che in Italia si è rafforzata solo di recente ma continua a mostrare limiti evidenti.


Le norme ci sono, ma restano fragili

Nel 2004 il codice penale è stato arricchito dall’articolo 544-bis, dedicato al maltrattamento di animali. La disposizione punisce con la reclusione da sei mesi a due anni e con una multa da 5.000 a 30.000 euro chi sottopone gli animali a sevizie, a lavori o pratiche insostenibili rispetto alle loro caratteristiche, oppure a trattamenti che ne danneggiano la salute; se dall’azione deriva la morte, la pena cresce di metà.

Più avanti, nel 2022, la Costituzione è stata aggiornata con il richiamo alla tutela degli animali nell’articolo 9. Il testo oggi affida alla Repubblica la protezione dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, nell’interesse anche delle generazioni future, e precisa poi che spetta alla legge ordinaria definire modi e forme di difesa degli animali. È un passo avanti, ma non una tutela diretta e immediata come avviene per altri diritti.


Le sentenze spiegano dove sta il problema

La giurisprudenza ha chiarito più volte che il reato non scatta soltanto quando un animale viene abbandonato. È sufficiente anche mantenerlo in condizioni incompatibili con la sua natura, senza che serva per forza una lesione fisica visibile.

Su questo punto la Cassazione, con la sentenza n. 537 dell’11 gennaio 2023, ha confermato la condanna di un uomo che teneva un cucciolo in un locale chiuso, poco illuminato e stretto, in un garage pieno di oggetti, su appena un metro quadrato. L’animale era costretto tra i propri escrementi e senza acqua, perché la ciotola si era rovesciata. Per i giudici, bastano anche dolore e sofferenza psicofisica, se non necessari rispetto alla custodia o all’allevamento.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


I casi recenti che hanno riacceso l’allarme

Tra i fatti più gravi segnalati di recente c’è quello di un cane romano trovato in un’area di baracche, legato a un cancello con una catena e finito a testa in giù mentre cercava di liberarsi. A salvarlo sono stati alcuni vicini, che hanno scavalcato la recinzione, tagliato la rete e portato l’animale in una clinica veterinaria.

Pochi giorni fa, ad agosto 2026, a Merano un altro cane è stato recuperato dai vigili urbani dopo essere rimasto solo per oltre due giorni, legato a una stufa con una corda lunga poco più di un metro e senza cibo né acqua. Nello stesso periodo la Cassazione ha confermato la condanna per otto cani tenuti a catena, in agosto, con 37 gradi, all’ombra assente, privi di acqua e di cibo, in condizioni di disidratazione e denutrizione: due di loro sono morti dopo il sequestro.

Il quadro richiama anche una decisione del 2024, relativa a un pastore tedesco lasciato per circa due ore legato alla ringhiera di un portone, sotto il sole e senza acqua. L’animale fu soccorso in ipertermia e con una frequenza respiratoria quasi tripla rispetto ai valori normali.

Le cronache, insieme alle pronunce dei giudici, descrivono dunque una realtà che non può più essere liquidata come episodica. La tutela esiste, ma per risultare davvero efficace deve essere rafforzata, partendo da un principio semplice: gli animali non sono oggetti, bensì esseri senzienti.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere