Alzheimer, proposta una rete nazionale per diagnosi e terapie
Il progetto Rapid raccoglie 55 raccomandazioni e divide l’assistenza tra servizi territoriali, centri Spoke e strutture Hub
Una rete organizzata su tre livelli per anticipare la diagnosi dell’Alzheimer e gestire l’arrivo delle nuove terapie è al centro del progetto Rapid. Il documento di consenso, pubblicato su Neurological Sciences, raccoglie 55 raccomandazioni condivise da 13 esperti e dalla rappresentanza dei pazienti.
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I numeri della malattia
In Italia convivono con una forma di demenza circa 1,4 milioni di persone, secondo le stime 2025 di Alzheimer Europe. Di queste, circa 600mila hanno la malattia di Alzheimer. La spesa complessiva raggiunge 15,6 miliardi di euro l’anno e per circa l’80% grava direttamente sulle famiglie.
L’assistenza fa oggi riferimento ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, ma l’offerta cambia sensibilmente da una Regione all’altra. Le differenze riguardano risorse, lavoro tra specialisti e possibilità di accedere agli esami più avanzati. L’attuazione del Dm 77/2022 e l’arrivo dei farmaci capaci di modificare il decorso della malattia rendono necessario aggiornare l’organizzazione dei servizi.
Come sarà organizzata la rete
Il modello prevede un coordinamento regionale con un responsabile del percorso diagnostico e terapeutico. Ai servizi territoriali spetterà il primo inquadramento, affidato soprattutto al medico di medicina generale, che potrà indirizzare le persone verso un centro Spoke oppure verso le Unità di valutazione multidimensionale nelle situazioni di maggiore fragilità.
Nei centri Spoke saranno eseguiti gli accertamenti clinici, neuropsicologici e neuroradiologici, con la prosecuzione dell’assistenza per chi presenta un decadimento cognitivo lieve o una demenza. Gli Hub completeranno invece la diagnosi, stabiliranno l’accesso ai nuovi trattamenti e, se autorizzati, ne cureranno prescrizione, somministrazione e controlli.
Le condizioni per i nuovi farmaci
Le Regioni dovranno concordare con il ministero della Salute requisiti precisi per le strutture Hub. La programmazione dovrà tenere conto della capacità effettiva dei centri, comprese infusioni, visite e risonanze magnetiche, assicurando al paziente la possibilità di rivolgersi alla struttura di riferimento della propria zona.
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Il documento indica anche protocolli comuni per la risonanza e per i test neuropsicologici, oltre a modalità uniformi per registrare i risultati dei biomarcatori. È prevista una graduale introduzione dei biomarcatori plasmatici. La telemedicina potrà facilitare il collegamento tra i diversi livelli e avvicinare alcune prestazioni ai pazienti.
Il ruolo di pazienti e famiglie
Il progetto è nato dopo un’analisi condotta in sette centri italiani, affiancata dal confronto con linee guida nazionali e internazionali e con modelli adottati all’estero. Le proposte sono state esaminate attraverso una metodologia di valutazione del consenso riconosciuta a livello internazionale.
Secondo Mario Zappia, professore all’Università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia, l’introduzione delle nuove cure richiede diagnosi rapide, scelta corretta dei pazienti e controlli programmati. Alessandro Padovani, professore all’Università di Brescia, ha chiarito che il modello non prevede la costruzione di nuove strutture, ma assegna funzioni più definite a quelle già operative.
Patrizia Spadin, di Aima, ha richiamato il peso sostenuto dai caregiver e la differenza nei tempi di diagnosi tra territori. Il documento propone quindi anche colloqui informativi e percorsi di accompagnamento per pazienti e familiari, con un coinvolgimento costante nelle decisioni di cura.
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