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Attualità 4 min di lettura9 ore fa

Albania, il traguardo Ue si avvicina: riforme, boom e nodi irrisolti

Da Paese chiuso e segnato dall’esodo a meta turistica e candidata all’Unione: Tirana punta a completare il percorso europeo entro il 2027.

Il tempo dell’Albania isolata sembra lontano: oggi Tirana attira visitatori, capitali e investimenti immobiliari, mentre il governo indica nell’Unione europea il principale approdo politico. La Commissione europea ha fissato un obiettivo ambizioso, con la possibile conclusione dei negoziati entro dicembre 2027. Il cammino, però, procede insieme a riforme riconosciute e criticità ancora aperte.


Un Paese piccolo che perde abitanti

L’Albania si affaccia per oltre 300 chilometri sul Mar Adriatico e sul Mar Ionio. Confina con Montenegro, Kosovo, Macedonia del Nord e Grecia, mentre il Canale d’Otranto la separa dall’Italia: tra le due sponde la distanza minima è di appena 71 chilometri. Il territorio misura meno di 29mila chilometri quadrati e alterna coste, laghi, vallate e rilievi che superano i 2mila metri.

Tirana, la capitale, supera i 600mila residenti ed è l’unica delle dodici prefetture ad aver registrato una crescita della popolazione tra il 2011 e il 2023. Nel Paese vivono circa 2,3 milioni di persone, contro i 2,82 milioni del 2011; all’estero risiedono invece circa 1,6 milioni di albanesi. Nello stesso periodo l’età media è salita da 35,3 a 42,5 anni, segno di un invecchiamento accompagnato da un forte spopolamento.


Dalla dittatura all’apertura democratica

L’indipendenza dall’Impero ottomano venne proclamata a Valona il 28 novembre 1912 da Ismail Qemali. Dopo la monarchia di Zog I e l’invasione italiana del 7 aprile 1939, il potere passò ai comunisti guidati da Enver Hoxha, che nel novembre 1944 conquistarono Tirana. Hoxha rimase la figura dominante del regime fino alla morte, nel 1985.

Durante quei decenni l’Albania ruppe prima con la Jugoslavia, poi con l’Unione Sovietica e infine con la Cina di Mao Zedong. Quando anche Pechino interruppe gli aiuti nel 1978, il Paese rimase quasi completamente isolato. Il regime eliminò il pluralismo politico, chiuse le frontiere e nel 1967 vietò ogni forma di culto, trasformando l’Albania nel primo Stato ufficialmente ateo al mondo. Migliaia di bunker furono disseminati sul territorio come protezione da possibili invasioni.

Dopo la morte di Hoxha, Ramiz Alia avviò una graduale apertura. Nel dicembre 1990 vennero autorizzati i partiti di opposizione e il 31 marzo dell’anno successivo si tennero le prime elezioni multipartitiche del dopoguerra. La crisi economica e la disoccupazione alimentarono l’esodo: nel marzo 1991 quasi 27mila persone arrivarono a Brindisi, mentre l’8 agosto circa 20mila sbarcarono a Bari a bordo della Vlora.


L’Europa è ancora un percorso lungo

Il desiderio di avvicinarsi all’Europa era già emerso nelle proteste studentesche del 1990. La domanda formale di adesione all’Unione fu presentata nell’aprile 2009, durante il governo di Sali Berisha, e lo status di candidato arrivò nel 2014. L’apertura dei negoziati venne autorizzata dai governi europei nel marzo 2020, ma l’avvio effettivo slittò al luglio 2022 anche per la controversia tra Macedonia del Nord e Bulgaria.

Il controllo preliminare dei diversi settori richiese altri due anni e i negoziati entrarono nella fase concreta soltanto nell’ottobre 2024. Dei 33 capitoli previsti, a luglio 2026 ne risultavano provvisoriamente conclusi tre: scienza e ricerca, istruzione e cultura, relazioni esterne. La Commissione considera il 2027 una possibile scadenza per chiudere il confronto, mentre Tirana guarda al 2030 per l’ingresso nell’Unione.

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Il sostegno interno al progetto europeo resta molto elevato. Tra febbraio e aprile 2026, una rilevazione commissionata dall’Unione ha registrato il favore del 92% degli albanesi: il dato più alto tra gli Stati dei Balcani occidentali inclusi nel sondaggio.


Riforme avanti, ma restano le ombre

Nel rapporto più recente sullo Stato di diritto, Bruxelles ha riconosciuto i progressi compiuti nella riforma della giustizia e nel contrasto alla corruzione. Un altro elemento valutato positivamente è la trasformazione digitale della pubblica amministrazione: attraverso e-Albania, numerosi servizi possono essere richiesti online con procedure rapide.

Le difficoltà non sono però superate. La polizia continua a essere ritenuta esposta al rischio di corruzione e gli appalti pubblici non garantiscono ancora sufficiente trasparenza. Anche il sistema dell’informazione presenta problemi: la proprietà dei mezzi di comunicazione è concentrata in pochi gruppi economici, spesso collegati a interessi politici.

Restano interrogativi anche sull’autonomia dell’autorità che regola il settore e sulle modalità di assegnazione della pubblicità finanziata dallo Stato. Sono nodi destinati a pesare sulla valutazione europea, proprio mentre il governo cerca di accelerare il calendario dell’adesione.


Religioni e identità dopo il regime

La società albanese riunisce musulmani sunniti, bektashi, cattolici e ortodossi, dopo decenni in cui ogni pratica religiosa era stata proibita. Tirana ospita inoltre il centro mondiale dell’ordine bektashi, elemento che riflette la presenza storica di questa comunità.

L’albanese è una lingua autonoma all’interno della famiglia indoeuropea. Gli abitanti chiamano il Paese Shqipëri, mentre la denominazione utilizzata all’estero deriva da forme medievali come Arbanon e Albanum. La valuta nazionale è il lek albanese.

La storia recente resta segnata anche dal collasso del 1997, quando il fallimento delle società finanziarie piramidali, nelle quali aveva investito circa due terzi della popolazione, cancellò i risparmi di centinaia di migliaia di famiglie e fece perdere al governo il controllo di vaste aree. Nel 1998 un referendum approvò la nuova Costituzione democratica; nel 2000 l’Albania aderì all’Organizzazione mondiale del commercio e il 1° aprile 2009 entrò nella NATO.

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