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Attualità 4 min di lettura52 min fa

AI e sicurezza, il paradosso: più tecnologia richiede più informatori

L’intelligenza artificiale accelera l’analisi delle fonti aperte, ma secondo Marco Santarelli non può sostituire le reti umane necessarie per scoprire ciò che resta nascosto.

La diffusione dell’intelligenza artificiale non rende superflua la componente umana dell’intelligence. Al contrario, sostiene Marco Santarelli, analista investigativo e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence, quanto più aumentano gli strumenti automatici tanto più diventano preziose le fonti, le relazioni e la presenza sul territorio.

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La tecnologia non vede tutto

«Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana», osserva Santarelli. I sistemi di intelligenza artificiale possono verificare dati, collegare elementi dispersi e individuare schemi, ma non riescono a sostituire ciò che si apprende entrando in contatto con persone e ambienti specifici.

Un porto strategico, un cavo sottomarino o un impianto industriale sensibile non sono soltanto insiemi di dati da analizzare. Per comprendere davvero una situazione occorre sapere chi frequenta quei luoghi, quali rapporti intrattiene e per quale motivo vi si trova. È un livello di conoscenza che non nasce dalla sola elaborazione di materiale già disponibile.


Il confine tra analisi e spionaggio

Secondo l’analista, l’errore più comune consiste nel confondere la capacità di raccogliere informazioni con lo spionaggio. L’intelligenza artificiale ha reso accessibili a un pubblico molto più ampio attività che in passato richiedevano programmi dedicati, competenze specialistiche e tempi lunghi: si possono esaminare fonti aperte, ricostruire il profilo di una persona oppure mettere in relazione società e avvenimenti.

Tuttavia, l’analisi delle fonti pubbliche, la business intelligence e la due diligence appartengono a categorie diverse rispetto allo spionaggio e al controspionaggio. Un sistema può ricostruire i collegamenti di un’azienda, ma non stabilire se qualcuno sia stato inserito in un’organizzazione per sottrarre un brevetto. Per arrivare a informazioni di questo tipo servono informatori, rapporti costruiti nel tempo e attività sul campo.


Dati più ricchi, rischi più opachi

La svolta rispetto alla prima stagione dei social network, spiega Santarelli, non riguarda soltanto la quantità delle informazioni raccolte. I grandi archivi di dati su gusti, abitudini e comportamenti esistono già; l’AI permette ora di combinarli con maggiore velocità, costruendo rappresentazioni più articolate e difficili da individuare per l’utente.

L’analista richiama anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon. A suo giudizio, l’episodio è interessante soprattutto per il modo in cui ha alimentato il dibattito sui pericoli dei sistemi più avanzati: alle dichiarazioni allarmate del ricercatore è seguita una presa d’atto del vertice aziendale. Santarelli invita quindi a osservare non soltanto l’evoluzione tecnica, ma anche il racconto pubblico che accompagna queste tecnologie.

L’abbondanza di contenuti sintetici aggiunge un ulteriore problema. Immagini e ricostruzioni possono essere alterate o orientate per influenzare chi le osserva; per questo l’intelligence deve interrogarsi sull’origine di ogni informazione e sugli interessi di chi la diffonde, invece di limitarsi a raccogliere ciò che compare in rete.


Europa, la fiducia viene prima

Una struttura europea dell’intelligence resta, secondo Santarelli, un obiettivo politicamente attraente ma complesso da realizzare. Le difficoltà non riguardano la semplice apertura di un ufficio a Bruxelles: ogni Stato classifica i dati secondo regole proprie e decide con attenzione quali elementi condividere, mantenendo il controllo su fonti, reti e capacità operative.

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Per questo, nel breve periodo, appare più praticabile una cooperazione rafforzata tra servizi nazionali. I settori nei quali aumentare lo scambio comprendono il finanziamento del terrorismo, i flussi finanziari oltre frontiera, le criptovalute e alcune minacce informatiche. La collaborazione, però, non equivale alla creazione di un apparato centralizzato.

Il modello dei Five Eyes mostra quanto la condivisione dipenda da una fiducia politica costruita nel tempo. Anche in Europa, osserva Santarelli, sembra più realistico procedere attraverso gruppi ristretti, obiettivi comuni e diversi livelli di cooperazione, con particolare attenzione alle attività di Russia e Cina, invece di imporre dall’alto un unico servizio.


La partita della sovranità tecnologica

Sul fronte informatico, la crescita delle capacità offensive e difensive sta anche modificando gli equilibri economici. La sicurezza avanzata e la potenza di calcolo richiedono risorse ingenti, concentrando gli strumenti più sofisticati nelle mani di soggetti in grado di sostenerne i costi. Non basta più, dunque, l’immagine dell’hacker isolato che agisce con mezzi rudimentali.

Santarelli pone in questo contesto la questione della sovranità tecnologica. Le amministrazioni pubbliche, le forze di polizia e le infrastrutture sensibili dovrebbero conoscere la provenienza delle tecnologie utilizzate, i soggetti che le producono e le dipendenze che possono creare. Da qui la richiesta di rafforzare la logica del Golden Power, estendendo l’attenzione dalle sole proprietà societarie alle tecnologie strategiche e alle relative filiere.

Un rischio analogo riguarda le imprese. L’impiego senza adeguate garanzie delle piattaforme di intelligenza artificiale può esporre codici, competenze e informazioni riservate. Quando sono coinvolti comparti come difesa, energia o telecomunicazioni, una vulnerabilità aziendale può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale.


Brevetti strategici da proteggere

Santarelli collega il tema anche alla tutela dei brevetti. La sua proposta, precisa, non punta a sottoporre la ricerca scientifica a un controllo generalizzato né a fermare l’innovazione; l’obiettivo sarebbe riconoscere ciò che possiede un valore strategico e predisporre strumenti per proteggerlo.

La velocità con cui le nuove tecnologie raggiungono sia gli utilizzatori legittimi sia chi intende sfruttarle per finalità illecite rende infatti più urgente individuare le conoscenze e le soluzioni che possono incidere sulla sicurezza del Paese.

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