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Attualità 4 min di lettura55 min fa

AI e intelligence, il paradosso: più tecnologia, più servono fonti umane

L’intelligenza artificiale accelera l’analisi delle informazioni, ma non può sostituire le reti sul campo necessarie per scoprire ciò che resta segreto.

La disponibilità di strumenti capaci di incrociare dati e ricostruire rapidamente profili personali o aziendali sta cambiando il lavoro degli analisti. Ma l’accesso immediato a una grande quantità di informazioni pubbliche non equivale a fare spionaggio: per entrare nei circuiti riservati continuano a servire persone, relazioni e presenza fisica.

È questa la distinzione indicata da Marco Santarelli, analista investigativo e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence. Secondo la sua lettura, la crescita dell’intelligenza artificiale rende ancora più preziosa la componente umana della raccolta informativa.

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L’AI accelera, ma non penetra i segreti

Rispetto alla prima stagione dei social network, il cambiamento non riguarda soltanto la mole dei dati raccolti. Le informazioni su gusti, abitudini e comportamenti sono già disponibili in grandi archivi; oggi il salto consiste nella capacità di collegarle, ordinarle e trasformarle rapidamente in modelli interpretativi. Un processo che avviene su scala maggiore e che risulta meno percepibile per l’utente.

Santarelli invita però a non sovrapporre attività diverse. L’analisi delle fonti aperte, le verifiche su un’impresa e la ricostruzione delle relazioni di una persona possono essere svolte con l’aiuto dell’AI, ma non forniscono automaticamente accesso a informazioni riservate. Per sapere, ad esempio, se qualcuno è stato inserito in un’organizzazione con l’obiettivo di sottrarre un brevetto, occorrono informatori, contatti e una rete costruita nel tempo.

«Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana», ha spiegato Santarelli. I sistemi automatici possono verificare e aggregare i dati, mentre la presenza sul territorio resta indispensabile per comprendere chi frequenta un porto strategico, un impianto industriale o un’infrastruttura sensibile, e quali rapporti intrattiene.


La verifica diventa una nuova priorità

L’abbondanza di contenuti generati o rielaborati artificialmente aggiunge un ulteriore livello di difficoltà. Immagini, ricostruzioni e narrazioni possono essere alterate o orientate per influenzare chi le osserva. Per questo, secondo l’analista, non basta raccogliere ciò che circola in rete: bisogna esaminare l’origine del materiale e gli interessi di chi lo diffonde.

La stessa cautela riguarda il caso Anthropic e l’uscita del ricercatore Jacob Coxon. Santarelli considera rilevante soprattutto la dinamica pubblica della vicenda: un ricercatore ha lasciato l’azienda segnalando i rischi dei sistemi più avanzati e, poco dopo, la dirigenza ha riconosciuto l’esistenza del problema. Senza sostenere che vi fosse una strategia prestabilita, l’analista ha invitato a osservare anche il modo in cui gli episodi vengono raccontati e contribuiscono a orientare il dibattito sull’AI.


Una rete europea, non un super-servizio

L’ipotesi di creare un apparato europeo con sede a Bruxelles si scontra con la gestione delle informazioni riservate. Ogni Stato applica procedure proprie, livelli di classificazione e precise responsabilità; riunire ventisette sistemi significherebbe decidere quali dati condividere davvero e quali, invece, mantenere sotto controllo nazionale.

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La cooperazione tra i servizi esiste già in diversi ambiti, ma centralizzare è un passaggio diverso. Santarelli ritiene poco probabile, almeno nel breve periodo, che i principali apparati europei mettano in comune senza forti cautele fonti, reti operative e capacità particolarmente sensibili. Più praticabile sarebbe rafforzare collaborazioni mirate su finanziamenti al terrorismo, flussi finanziari internazionali, criptovalute e minacce informatiche.

Anche il modello Five Eyes mostra quanto la condivisione dipenda da una fiducia politica maturata nel tempo. Per l’Europa, una strada più realistica potrebbe quindi consistere in gruppi ristretti, missioni comuni e cerchi di collaborazione variabili, soprattutto di fronte alle attività di Russia e Cina, anziché nella nascita immediata di un unico servizio.


La sovranità tecnologica è il nodo cyber

Nel settore informatico, la contrapposizione tra attaccanti e difensori non può più essere descritta soltanto attraverso la figura dell’hacker isolato. La capacità di calcolo, gli strumenti di protezione e le competenze avanzate hanno costi elevati, con il risultato di concentrare le tecnologie più sofisticate nelle mani di soggetti dotati di risorse adeguate.

Da qui nasce, secondo Santarelli, la questione della sovranità tecnologica. Amministrazioni pubbliche, forze di polizia e infrastrutture sensibili devono conoscere l’origine degli strumenti utilizzati, i loro produttori e le dipendenze che possono creare. Il riferimento è al rafforzamento del Golden Power, da applicare non solo agli assetti proprietari delle aziende, ma anche alle tecnologie strategiche e alle filiere da cui dipendono.

Un rischio analogo riguarda le informazioni industriali. L’impiego senza adeguate garanzie delle piattaforme di intelligenza artificiale può esporre codici, competenze tecniche e dati riservati. Quando sono coinvolti difesa, energia o telecomunicazioni, una vulnerabilità aziendale può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale.


Brevetti strategici da proteggere

Santarelli collega il tema anche alla tutela dei brevetti e delle innovazioni considerate decisive per un Paese. La sua proposta non riguarda il blocco della ricerca né un controllo generalizzato sull’attività scientifica, ma la necessità di individuare ciò che possiede un valore strategico e di impedirne l’esposizione incontrollata.

Il punto, in questa prospettiva, è governare la diffusione delle tecnologie più sensibili mentre diventano rapidamente accessibili sia a chi le utilizza in modo legittimo sia a chi può sfruttarle per obiettivi ostili. L’intelligenza artificiale, dunque, amplia le capacità di analisi, ma rende ancora più urgente proteggere fonti, infrastrutture e conoscenze riservate.

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