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AI, aziende europee in ritardo: solo il 29% è pronto alla svolta

La ricerca di Chaberton Partners fotografa una forte distanza tra la centralità attribuita all’intelligenza artificiale e la capacità concreta di integrarla nei modelli organizzativi.

L’intelligenza artificiale è ormai considerata una priorità strategica dalla maggior parte delle imprese europee, ma la preparazione effettiva resta limitata. Solo il 29% delle aziende dichiara di avere strutture e competenze adeguate per affrontare il passaggio verso modelli di lavoro sostenuti dall’AI, mentre appena l’8% utilizza indicatori capaci di misurarne con precisione il rendimento economico.


L’AI resta lontana dalla piena integrazione

Il quadro emerge dalla ricerca “The Orchestrator of the Adaptive Organisation”, realizzata da Chaberton Partners attraverso più di cento colloqui qualitativi con responsabili delle risorse umane di aziende medio-grandi. L’indagine ha coinvolto Austria, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svizzera; nel 93% dei casi, la sede centrale delle società analizzate si trova in Europa.

Anche quando esiste un finanziamento specifico per l’intelligenza artificiale, il suo peso medio nei dipartimenti delle risorse umane è pari a circa il 15% delle disponibilità complessive. Un dato che, secondo la ricerca, segnala come la tecnologia venga ancora gestita soprattutto alla stregua di una sperimentazione, invece che come componente stabile della trasformazione aziendale.


Responsabilità divise e competenze insufficienti

Il principale ostacolo alla diffusione su larga scala non sarebbe dunque la mancanza di denaro. A frenare l’adozione contribuisce soprattutto l’incertezza su chi debba guidare il percorso, con responsabilità spesso distribuite o contese tra risorse umane e area informatica, oltre alla carenza di professionalità interne.

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Le applicazioni più frequenti riguardano la ricerca e selezione del personale, la programmazione degli organici, le analisi previsionali sulla forza lavoro e i percorsi formativi personalizzati. Tra le criticità segnalate dai responsabili del personale figurano invece dati non omogenei, infrastrutture tecnologiche obsolete e una cultura aziendale poco incline ad accettare il cambiamento.


Resilienza e cultura al centro

Lo studio individua anche altri due fronti destinati a ridefinire il ruolo delle risorse umane. Il primo è la costruzione di organizzazioni capaci di reagire a crisi e perturbazioni ricorrenti; il secondo riguarda il rafforzamento della cultura interna, chiamata a gestire una presenza sempre più articolata di generazioni diverse.

I risultati saranno discussi martedì 29 settembre, dalle 18:30, nella Sala delle Colonne della Luiss Guido Carli, durante un incontro promosso da Chaberton Partners insieme all’università. Alla tavola rotonda parteciperanno Stefano Barrese, Stefania Boschetti, Paolo Chiriotti, Paolo Gallo e Antonio Liotti; il confronto sarà moderato da Davide Cefis, Senior Partner di Chaberton Partners.

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