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Attualità 4 min di lettura9 min fa

Agricoltura, la protesta chiede un cambio di rotta

Prezzi agricoli in calo, costi in aumento e fondi concentrati alimentano il malessere nelle campagne italiane

La protesta degli agricoltori segnala una crisi strutturale che va oltre il costo del gasolio.

Le scelte adottate finora possono essere corrette, ma serve una direzione diversa. La gestione delle risorse pubbliche e delle politiche agricole dovrebbe mettere al centro il bene comune nel lungo periodo, invece di privilegiare interventi immediati o interessi più forti.

Secondo l’analisi proposta da Slow Food, la risposta non può limitarsi a concessioni temporanee. Occorrono ascolto, capacità di comprendere le cause del disagio e decisioni in grado di accompagnare una trasformazione dell’intero sistema alimentare.

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La richiesta di ascolto

Il malessere espresso da agricoltori, camionisti e studenti nasce da esperienze diverse, ma converge su una domanda comune: cambiare un modello percepito come incapace di garantire reddito, sicurezza e prospettive. Quando il futuro viene vissuto come una lotta quotidiana per sopravvivere, il conflitto sociale può assumere forme dure, soprattutto in una società già segnata da linguaggi e rapporti violenti.

Per questo, secondo Slow Food, non servono toni muscolari. La priorità indicata è riconoscere la sofferenza, comprenderne le ragioni e agire con determinazione. L’obiettivo dovrebbe essere una transizione agroecologica e sociale, con produzioni meno dipendenti dall’energia, compatibili con gli ecosistemi e capaci di tutelare la salute.


Il conto pagato dalle campagne

La mobilitazione ha coinvolto mezzi pesanti e trattori, spesso senza una regia sindacale. In diversi casi si è trattato di iniziative spontanee, nate dalle difficoltà concrete delle aziende. Tra gli episodi ricordati c’è quello di un agricoltore arrivato con un asino perché non riusciva più a sostenere i costi del trattore: una balla di fieno arriva ormai a 45 euro.

Il problema non riguarda soltanto il carburante. Pesano anche il blocco dello stretto di Hormuz, la crisi climatica, la siccità, il peggioramento della fertilità dei terreni e una struttura economica che rende sempre più fragile chi produce. Se chi lavora nei campi arriva a non poter pagare le rate dei macchinari o a temere per il futuro dei figli, il disagio ha ormai superato il livello dell’emergenza ordinaria.


Prezzi in calo per chi produce

I dati citati da Cia – Agricoltori Italiani mostrano un divario netto tra quanto spendono i consumatori e quanto incassano le aziende agricole. A settembre, rispetto allo stesso mese del 2025, gli alimentari freschi sono aumentati del 5,5%, mentre le quotazioni riconosciute agli agricoltori hanno subito forti diminuzioni.

L’olio extravergine d’oliva ha perso il 50%, le susine il 30%, albicocche e uva da tavola il 25%, mentre il latte crudo sfuso è sceso del 24%. Il prezzo delle carote passa da 0,28 euro al chilo alla produzione a 1,46 euro al dettaglio, con un incremento del 421%; per l’uva da tavola si va da 0,58 a 2,99 euro, pari al 416%.

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Il divario nella filiera

Differenze altrettanto ampie riguardano le melanzane, vendute sul campo a 0,62 euro al chilo e nei negozi a 2,75 euro, con una crescita del 344%. Le pesche salgono invece da 0,74 a 2,88 euro al chilo, cioè del 290%.

Il risultato è una filiera nella quale l’aumento pagato dal consumatore non si traduce in un reddito adeguato per chi coltiva. Il sistema, secondo l’impostazione critica di Slow Food, finisce così per rafforzare i grandi gruppi della distribuzione e della logistica, oltre alle multinazionali che controllano sementi, fertilizzanti, pesticidi di sintesi e macchinari.


Fondi concentrati e biodiversità

Le risorse pubbliche destinate all’agricoltura non vengono distribuite in modo uniforme. L’80% dei finanziamenti finisce al 20% delle aziende, mentre per la prossima PAC è prevista una riduzione compresa tra il 15% e il 20%, anche per effetto della scelta di destinare maggiori risorse alla guerra.

A beneficiare maggiormente del modello sono le imprese industriali, fortemente meccanizzate e orientate alla monocoltura. Nella Pianura Padana, secondo il “Bird Farmland Index”, nel 2025 gli uccelli degli ambienti agricoli erano diminuiti del 50% rispetto al 2000; la riduzione media nazionale era del 33%.


Il ruolo delle piccole aziende

La quota restante dei finanziamenti riguarda l’80% dell’agricoltura italiana, composta soprattutto da imprese piccole e medie. Sono realtà che presidiano i territori, contribuiscono a limitare il dissesto geologico e operano spesso nelle aree collinari e montane, che rappresentano il 70% del territorio nazionale.

Queste aziende hanno un rapporto diretto con i luoghi coltivati: spesso gli agricoltori vivono vicino ai terreni e dipendono dalla loro salubrità. Slow Food Campania ha osservato che, anche quando i supermercati rimangono senza carne, pasta, verdure fresche e uova, nei mercati rionali continuano ad arrivare prodotti locali. «La produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto», hanno scritto gli attivisti, richiamando la fragilità di una logistica troppo concentrata.


Un sistema alimentare da ripensare

La biodiversità viene indicata come uno degli strumenti per affrontare gli effetti del clima che cambia. Senza un passaggio rapido verso pratiche agricole più resilienti e meno energivore, il sistema alimentare rischia di dipendere ancora di più dalle multinazionali e dalle sole dinamiche di mercato.

La conseguenza non riguarderebbe soltanto le aziende agricole. A rischio ci sarebbero la tenuta dei territori, la coesione sociale, il ricambio generazionale e la possibilità di assicurare cibo sufficiente riducendo allo stesso tempo fame e sprechi.

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