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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

45mila morti per il caldo: Mercalli e la scelta che non si può rinviare

Nel podcast di Terra Giusta, il climatologo divide le responsabilità tra comportamenti personali e decisioni pubbliche, indicando ciò che va cambiato subito.

Oltre 45.000 persone sono morte in Europa a causa delle ondate di calore nell’estate 2026, secondo il bilancio ancora provvisorio richiamato da Luca Mercalli. Una cifra destinata a crescere e che rende difficile continuare a considerare la crisi climatica come un problema lontano o rinviabile.

L’occasione per affrontare il tema è il primo episodio di “Conversazioni sul futuro”, il ciclo di podcast promosso dall’ente del terzo settore Terra Giusta e dedicato alla memoria del sociologo Domenico De Masi. Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, descrive una situazione nella quale l’idea di non poter incidere diventa una scusa priva di fondamento.

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Un’estate fuori da ogni precedente

Le serie storiche indicano il 2026 come l’anno estivo più caldo degli ultimi 270 anni. Le temperature eccezionali non si sono fermate con la fine dell’estate: anche settembre ha mantenuto anomalie estreme, contribuendo a una continuità di quattro mesi mai osservata in precedenza.

Le conseguenze non riguardano soltanto i dati meteorologici. L’aumento del livello dei mari mette sotto pressione aree italiane vulnerabili, tra cui Venezia, il Delta del Po e le coste della Romagna. Nel frattempo, le proiezioni indicano un possibile incremento globale di 2,7 gradi entro la fine del secolo, uno scenario ancora poco conosciuto e potenzialmente molto pericoloso.


La responsabilità non è soltanto individuale

Secondo Mercalli, la transizione ecologica dipende in parti uguali dalle abitudini dei cittadini e dalle scelte politiche e istituzionali. Ridurre gli spostamenti in aereo, limitare il consumo di carne, evitare lo spreco alimentare e rendere più efficienti le abitazioni sono azioni necessarie, ma non sufficienti.

Una quota di emissioni stimata in circa 2.000 chilogrammi di CO2 per persona resta infatti legata ai servizi pubblici e all’organizzazione dello Stato: scuole, ospedali, trasporti, infrastrutture e amministrazioni comunali. Per questo, la condotta del singolo non può sostituire gli interventi sul sistema, né può diventare un alibi per l’inerzia delle istituzioni.

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Il limite di un modello economico

L’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato a 1,5 gradi il tetto dell’aumento della temperatura media globale. Quel limite è già stato oltrepassato, mentre il modello economico fondato su consumi crescenti, estrazione intensiva di risorse e produzione continua di rifiuti resta sostanzialmente intatto.

Il richiamo è anche al rapporto del Club di Roma del 1972, che aveva messo in discussione la possibilità di una crescita illimitata su un pianeta dalle risorse finite. Da qui nascono le domande sulla riconversione industriale, sul trasferimento degli investimenti dalle armi alle energie rinnovabili e sull’adozione di modelli come l’economia della ciambella, da applicare a livello nazionale e locale.


Dalle domande alle decisioni

Tra le ipotesi indicate figurano scuole capaci di produrre energia per le comunità, reti di trasporto pubblico abbastanza efficaci da rendere superflua l’auto privata e una diversa gestione del territorio, con meno cemento e più alberi. L’obiettivo, nella prospettiva proposta, non è consegnare il problema alle generazioni future, ma intervenire prima che le conseguenze diventino irreversibili.

Il ciclo “Conversazioni sul futuro” proseguirà a ottobre con Marco D’Eramo, autore di “Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”. Il nuovo appuntamento sarà dedicato ai meccanismi attraverso cui il potere orienta la società e contribuisce a mantenere in ombra le responsabilità della crisi ambientale.

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