13.470 imprese in bilico: il conto 2025 sfiora 70 miliardi
La composizione negoziata guadagna terreno, ma tra credito, energia e produttività il sistema produttivo italiano ha perso circa 100mila aziende in cinque anni
Nel 2025 sono state 1.776 le imprese ad aver scelto la composizione negoziata, strumento volontario che consente di affrontare i debiti con il supporto di un esperto indipendente. Secondo Verum Partners, questi casi rappresentano circa il 40% della produzione generata dalle aziende in difficoltà.
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Il risanamento evita la liquidazione
La procedura, introdotta nel 2021, permette all’impresa di negoziare con i creditori puntando a mantenere in vita l’attività. L’aumento delle richieste mostra quindi che una situazione di crisi non conduce automaticamente alla chiusura o alla perdita integrale del fatturato.
La ricerca segnala tuttavia la pressione esercitata da diversi fattori: il prezzo dell’energia, il costo dei finanziamenti e livelli di produttività considerati insufficienti. Proprio l’energia viene indicata sempre più spesso dai vertici di Confindustria come la principale difficoltà per le aziende.
La parte invisibile della crisi
Nel complesso, l’analisi stima per il 2025 13.470 imprese coinvolte in percorsi legati alla crisi, con ricavi complessivi prossimi a 69,9 miliardi di euro. Il dato non equivale al numero delle società definitivamente scomparse e neppure a una perdita automatica dell’intero giro d’affari, ma misura l’ampiezza delle difficoltà che attraversano l’economia reale.
Costruzioni e commercio risultano i comparti più esposti, seguiti da industria manifatturiera e turismo. Nel quinquennio 2021-2025 le situazioni censite hanno superato quota 54mila, mentre le imprese attive in Italia a fine 2025 erano 5.034.652: circa 100.000 in meno rispetto a cinque anni prima, pari a una contrazione del 2%.
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Poche vertenze arrivano a Roma
I numeri del Ministero delle Imprese e del Made in Italy descrivono soltanto una parte del fenomeno. Alla fine del 2025 risultavano aperti 41 tavoli di crisi e altri 30 dedicati al monitoraggio, per un totale di circa 23.840 lavoratori interessati.
Queste rilevazioni riguardano le vertenze approdate al dicastero guidato da Adolfo Urso. Restano invece ai margini molte aziende che non hanno ancora avviato un confronto formale, insieme alle realtà dell’indotto e alle imprese più piccole: per loro anche una diminuzione degli ordini o una maggiore difficoltà nell’ottenere credito può compromettere la continuità senza trasformarsi subito in un caso nazionale.
Il peso delle grandi vertenze
La vicenda dell’ex Ilva continua a occupare un posto centrale nel dibattito pubblico, anche per le mobilitazioni sindacali e per il rischio di licenziamenti collettivi. Accanto a casi di questa portata, però, si accumulano numerose crisi meno visibili, prive della stessa attenzione mediatica.
È proprio la somma di queste situazioni diffuse a restituire il quadro più ampio: da un lato le grandi vertenze monitorate dalle istituzioni, dall’altro una rete di imprese che tenta di ristrutturarsi o resistere prima che le difficoltà diventino emergenze pubbliche.
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