12 euro netti per vivere: il conto del lavoro povero in Italia
Nel giorno dedicato al lavoro dignitoso, salari fermi, casa e disuguaglianze mostrano l’ampiezza della crisi e rilanciano la proposta di una soglia minima universale.
Nel 2026, secondo la proposta della Campagna Abiti Puliti, per vivere con dignità servirebbero almeno 12 euro netti l’ora. Per un impiego a tempo pieno e continuativo significherebbero 2.063 euro netti al mese, pari a 24.756 euro l’anno: una soglia che rende molto più ampia la dimensione del lavoro povero in Italia rispetto alle statistiche convenzionali.
La Giornata mondiale per il lavoro dignitoso, celebrata dall’Organizzazione internazionale del lavoro il 7 ottobre, arriva così in un contesto segnato da stipendi insufficienti, precarietà, emergenza abitativa e divari patrimoniali. L’OIL definisce dignitoso un impiego capace di assicurare reddito equo, diritti, protezione sociale e sviluppo sostenibile; per milioni di persone, però, il lavoro non basta più a garantire una vita sicura.
La soglia che cambia il quadro
L’Istat, nel 2025, ha individuato a 8,9 euro lordi all’ora il riferimento per misurare la povertà lavorativa. Al di sotto di questa cifra si trovano 1 milione e 255 mila dipendenti, il 10,7% degli occupati nei settori pubblico e privato. La quota sale al 12,2% tra le donne e coinvolge un giovane under 29 su quattro.
La situazione è ancora più esposta per chi svolge mansioni non qualificate o possiede livelli di istruzione più bassi: rispettivamente il 33,3% e il 18% rientra sotto quella soglia. A pesare non sono soltanto le retribuzioni ridotte, ma anche contratti discontinui, lavoro a tempo parziale non scelto e impieghi collocati nei segmenti più fragili delle catene degli appalti, dove trovano spazio sfruttamento e caporalato, compreso il comparto della moda.
Secondo una simulazione della Campagna Abiti Puliti, basata su dati Eurostat e Istat 2025, l’adozione del parametro dei 12 euro netti porterebbe ad almeno il 60% la quota di lavoratori a rischio povertà. La stima è prudenziale e, proprio per questo, potrebbe non restituire l’intera portata del fenomeno.
Casa e bollette aggravano il divario
La perdita di potere d’acquisto si somma alla difficoltà di trovare un’abitazione accessibile. Nelle grandi città, la crescita degli affitti brevi e l’ingresso dei fondi immobiliari hanno contribuito a spingere i prezzi verso l’alto, costringendo molti lavoratori a trasferirsi sempre più lontano dai luoghi di studio e occupazione.
L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali considera ormai strutturale la crisi della casa e segnala il rischio crescente che le persone non riescano a sostenere le spese dell’alloggio. In Italia, nel 2024, sono stati registrati più di 40 mila sfratti esecutivi e oltre 80 mila richieste. Le proteste per lo sfratto della pensionata invalida Maricarmen in Spagna e per lo sgombero di 400 famiglie dallo Spin Time a Roma hanno portato il tema al centro del dibattito pubblico.
Con redditi bassi diventa complicato anche affrontare il caldo estremo, acquistare alimenti freschi e sostenere i costi dell’energia. Chi vive in una città dormitorio e deve utilizzare l’automobile per raggiungere il posto di lavoro può trovarsi a scegliere tra carburante, rata del mutuo e bollette, con il rischio di accumulare debiti o rientrare tra i cosiddetti morosi incolpevoli.
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Ricchezza concentrata e scelte pubbliche
La pressione sui lavoratori si inserisce in una distribuzione della ricchezza fortemente squilibrata. Nel 2025, il 10% più ricco delle famiglie deteneva il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre alla metà meno abbiente spettava appena il 7,2%, secondo i dati della Banca d’Italia.
Nello stesso periodo, rileva il testo della proposta, la spesa per la difesa raggiunge 45 miliardi e dovrebbe arrivare a 145 miliardi nel 2035, con un aumento annuo di 10 miliardi. Sul fronte della sicurezza sul lavoro, gli incidenti mortali sono stati oltre 17 mila nell’arco di dieci anni e 1.198 soltanto nel 2025, secondo l’Inail.
La critica riguarda anche interventi considerati temporanei sul prezzo della benzina, mentre scuola e sanità pubbliche subiscono un indebolimento. Questi servizi rappresentano infatti una forma di retribuzione indiretta: quando funzionano, riducono le spese che gravano sui bilanci familiari e contribuiscono alla possibilità di condurre un’esistenza dignitosa.
La proposta dei 12 euro netti
La Campagna Abiti Puliti propone di riconoscere un salario dignitoso come diritto universale, richiamando l’articolo 36 della Costituzione e i principi del diritto internazionale. L’obiettivo indicato è fissare una base sotto la quale nessuna lavoratrice o nessun lavoratore dovrebbe essere costretto a vivere.
Secondo la campagna, la misura dovrebbe essere accompagnata da politiche fiscali e sociali adeguate, così da intervenire anche sulle spese abitative, sui servizi e sulle conseguenze della crisi climatica. L’aumento dei redditi, in questa prospettiva, avrebbe una funzione redistributiva e risponderebbe insieme alla richiesta di giustizia sociale e ambientale.
La proposta viene indicata come uno dei temi da inserire nei programmi in vista delle elezioni politiche del 2027. Il punto, per chi aspira a guidare il Paese, è offrire risposte concrete a una classe lavoratrice che da anni affronta salari stagnanti, precarietà e costi crescenti senza una rappresentanza politica ritenuta efficace.
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