Etiopia, sette milizie unite contro Abiy: la coalizione che può cambiare tutto
Una nuova alleanza armata riunisce gruppi etnici con storie e obiettivi diversi, ma per il governo di Addis Abeba il pericolo è ora su più fronti e non solo nel Tigray.
La vera insidia per Abiy Ahmed non è soltanto il numero delle milizie, ma la loro capacità di aprire contemporaneamente più linee di pressione contro Addis Abeba. Sette gruppi armati etnici hanno infatti messo nero su bianco una convergenza che, per estensione geografica e coordinamento, non ha precedenti recenti nel paese.
Domenica 20 settembre, la nuova intesa ha annunciato di voler colpire il governo centrale con l’obiettivo esplicito di far cadere quello che definisce un potere “dittatoriale personalista e genocida”. A guidare il fronte c’è una sigla appena nata, ma già molto ambiziosa: la “Coalizione delle Forze del Popolo Etiope per la Sopravvivenza”, nota anche come Tsemdo.
La nuova alleanza mette pressione su Addis Abeba
Dentro la coalizione entrano il Movimento nazionale amhara Fano (Afnm), il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), l’Esercito di liberazione Oromo (Ola), il Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (Onlf), il Fronte rivoluzionario di unità nazionale Afar (Anurf), il Movimento di liberazione popolare del Benishangul (Bplm) e il Movimento democratico popolare Gumuz (Gpdm). I gruppi arrivano da sei Stati regionali e si portano dietro anni di guerre, rivalità e cambi di fronte.
La presidenza è stata affidata a Zemene Kassie, leader dell’Afnm, che ha presentato l’alleanza attraverso Tigrai Tv. La scelta ha avuto un forte valore simbolico, anche perché il rapporto tra Fano e Tplf è stato a lungo segnato da ostilità reciproca. Proprio dopo quell’annuncio, l’Autorità etiope per i media ha oscurato l’emittente a tempo indeterminato.
Obiettivi comuni, fragilità profonde
Sul piano politico, la coalizione rivendica non solo la fine del governo, ma anche la nascita di un esecutivo di transizione. L’idea è fermare i conflitti in corso e aprire un confronto costituzionale più ampio sulle “questioni nazionali fondamentali”.
Per Abiy Ahmed il quadro resta comunque delicato, nonostante la superiorità delle forze federali, che dispongono di droni prodotti localmente e di oltre mezzo milione di militari. Se i ribelli riuscissero davvero a coordinarsi, Addis Abeba dovrebbe affrontare quattro o cinque fronti allo stesso tempo, con un logoramento che potrebbe pesare anche sull’esercito più forte dell’Africa orientale.
Il precedente che pesa di più è quello del Tigray. La guerra del 2020 tra esercito federale e Tplf, secondo le stime dell’Unione Africana, avrebbe causato fino a 600mila morti nei due anni precedenti l’accordo di Pretoria del 2022. Quell’intesa, però, non è mai stata applicata fino in fondo: il Tplf ha rifiutato la smobilitazione e a maggio ha riportato in funzione il consiglio regionale prebellico guidato da Debretsion Gebremichael, di fatto rompendo l’accordo.
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Un fronte largo ma tutt’altro che omogeneo
La forza della coalizione è anche il suo punto debole. Mettere insieme milizie con priorità diverse, storie contrapposte e obiettivi politici non coincidenti rende difficile immaginare una linea d’azione unica nel tempo.
Un caso evidente è quello della Fano, oggi accanto al Tplf dopo aver combattuto al fianco dell’esercito federale contro i tigrini fino al 2022. Le ferite lasciate da quel passaggio restano aperte, e non a caso continua anche la contesa sul Tigray occidentale, amministrato dai nazionalisti amhara ma rivendicato dal Tplf.
Ancora più incerta è la posizione dell’Ola, la guerriglia oromo attiva da anni contro Addis Abeba. In passato il movimento ha coltivato un’impronta secessionista e l’idea di una futura “Repubblica dell’Oromia”; una prospettiva che si concilia male con chi, nella coalizione, punta a riformare lo Stato etiope senza dividerlo.
Sull’Ola pesano inoltre accuse di violenze contro civili amhara, elemento che ha reso complicata la convivenza con Fano. Secondo Addis Standard, l’organizzazione oromo potrebbe interpretare l’intesa più come un via libera procedurale che come un vincolo politico stringente, tenendosi margini di autonomia per il futuro.
Le altre fratture restano aperte
Anche gli altri gruppi portano in dote dossier tutt’altro che semplici. Le sigle del Benishangul-Gumuz operano nei pressi della grande diga sul Nilo, gli Afar guardano ai corridoi strategici verso Gibuti e i somali dell’Ogaden inseguono da tempo una maggiore autonomia, senza abbandonare del tutto il richiamo pan-somalo oltre confine.
Il risultato è una coalizione nata contro un bersaglio comune, ma costruita sopra fratture vecchie di decenni. E proprio per questo, anche nell’ipotesi in cui Abiy Ahmed dovesse indebolirsi, non esiste alcuna garanzia che le stesse milizie restino unite invece di tornare a combattersi tra loro.
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