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Tecnologia 2 min di lettura2 ore fa

Volti teneri, poteri enormi: il lato oscuro degli agenti AI

Mascotte colorate e personalità rassicuranti rendono gli agenti AI più familiari, ma dietro l’aspetto amichevole possono nascondersi ampi accessi ai dati personali.

Il problema non è soltanto ciò che questi sistemi sanno dire, ma quello che possono fare al posto nostro. Un agente AI può consultare posta elettronica, documenti e messaggi, oltre a interagire con servizi collegati all’account per spedire comunicazioni, fissare prenotazioni o amministrare annunci.

Questa capacità operativa rende centrale una domanda sulla privacy: quanto siamo disposti a delegare a uno strumento che, grazie a un’immagine rassicurante, appare quasi come un compagno digitale?


La fiducia passa dall’aspetto

La trasformazione dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto le sue funzioni. Sempre più spesso gli assistenti vengono presentati con occhi, nomi e tratti caratteriali, elementi che li allontanano dall’immagine di un programma freddo e impersonale.

Un volto buffo o una forma arrotondata possono ridurre la diffidenza iniziale. Proprio questa familiarità, però, rischia di spingere gli utenti a condividere informazioni sensibili o ad affidare incarichi delicati senza valutare fino in fondo le conseguenze.


Quando l’assistente passa all’azione

A differenza dei sistemi che si limitano a rispondere alle richieste, gli agenti possono intervenire concretamente negli ambienti digitali dell’utente. L’accesso a diversi strumenti collegati allo stesso profilo permette loro di compiere operazioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana.

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L’invio di un messaggio, la gestione di una prenotazione o la pubblicazione di un annuncio non sono attività prive di conseguenze. Se a eseguirle è un sistema percepito come simpatico e innocuo, il rischio è che la fiducia superi la prudenza necessaria nel controllare permessi e dati disponibili.


Le mascotte di Meta e OpenAI

Meta ha scelto per Muse una figura morbida e tondeggiante chiamata Jolly. OpenAI, invece, ha mostrato i suoi Dots come piccoli personaggi dai colori vivaci, quasi creature digitali.

Le due scelte appartengono alla stessa tendenza: rendere più naturale il rapporto con strumenti destinati a occuparsi di compiti sempre più rilevanti. L’estetica può facilitare l’adozione, ma non cambia il livello di accesso che l’agente può avere alle informazioni presenti negli account.

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